Sembra solo personale, ma non è.

Un milione di parole, possiedo. E nonostante questo m’impongo forme di autocensura al limite del masochismo. Come se non fossi più all’altezza, come se un meccanismo si fosse rotto o qualcosa nella mia testa fosse andato definitivamente perso, insieme a quella parte di me che era in grado di ragionare, criticare, operare collegamenti significativi che davano un senso a ciò che vedevo ed interpretavo.

Non volevo un blog ombelicale, tutt’altro, eppure è ciò che sta succedendo. Ogni cosa nelle mie mani diventa meta: un meta-blog, un meta-diario, un meta-progetto, una meta-vita…mi ritrovo sempre a parlare di quello che faccio per evitare di farlo. Forse gli avvitamenti sono necessari e funzionali per potermi fornire l’alibi che mi serve a mantenere il mio stato di animazione sospesa.  Ma a parte questo, io penso di aver effettivamente perso per strada qualcosa – ed è successo proprio nel momento in cui invece mi sentivo pronta ad essere finalmente diversa, dopo anni di accondiscendenza e torpore, e cosa ho perso? Un bel po’ di curiosità intellettuale, tanto per cominciare. Smettere di studiare, leggere random e non con metodo, non esercitarsi con costanza nella scrittura, sono tutte cose che fanno la loro parte in un processo di annichilimento ed ovattamento della percezione di sé e del mondo circostante. E poi la rabbia, che io ho sempre avuto – intesa come fortissimo senso di appartenenza, come motore per provocare crisi, cambiamenti, progressi, come strumento per mettere in evidenza le falle dei sistemi preordinati – è fondamentale per non spegnersi e per continuare a demistificare, a destrutturare e radere al suolo tutto ciò che di sbagliato ed assolutizzato esiste; io invece sto versando in una condizione di abbandono amaro, di disillusione furiosa e apatica, di pigrizia dell’intelligenza nella convinzione che niente di tutto ciò che avrei voglia di fare è o impossibile, o difficile o ostacolato dalla condizione d’esistenza in cui mi trovo. Mi sento condizionata, censurata, repressa. Per fortuna ho una struttura mentale fatta di meccanismi di protezione e autoconservazione che mi ha permesso finora di non soccombere completamente: continuo ad alzarmi, a vestirmi, a mangiare, cucinare, fare la spesa, pulire, lavorare anche se tutto è incerto, con la coscienza del fatto che è necessario farlo, per continuare ad avere dei riferimenti, e per non andare fuori di testa del tutto. Tendo un po’ più del solito ad isolarmi, questo sì, ad avere difficoltà d’interazione. L’unico episodio preocccupante, ultimamente, è stato un tentativo di autolesionismo, che ho immediatamente bollato come ridicolo e fuori tempo massimo, perché non è una come me può ritrovarsi borderline così, da un giorno all’altro ed alla mia età. Non mi si addice, parbleu, e poi va contro tutto quello che sono e quello che vorrei per me. Si è trattato solo di un momento di stress gestito male, ecco. Per colpa mia, si intende, e di chi ha contribuito a forgiare ciò che sono. Se una viene abituata ad annullarsi, a ritenere normale il fatto che i propri bisogni emotivi non abbiano nessun valore, se ti dicono che dato che non puoi avere quello che vuoi – anche solo una spiegazione – allora è meglio tacere e non dire niente, e colpevolizzarsi in silenzio, è normale che poi non riesca ad individuarsi, che non sappia niente di sé e di qual è il posto che deve occupare nei rapporti e nelle relazioni. Ma ad un certo punto, mi chiedo io, da dove cominciare, se nessuno finora me l’ha insegnato? Non è che è tardi? Posso ancora ritenere di avere il diritto a vivere come posso e voglio o devo rinunciare e continuare ad essere quella che vive di abnegazione perché almeno si riceve un osso che un po’ di sicurezza la dà?

Comunque, stringiamo, che già questo post mi sta facendo stare male, e limitiamoci a dire che il risultato di tanto sommovimento interiore è un cocktail d’accidia, cinismo, isolamento, furore frustrato, occasioni sprecate, evitate,  rimandate. Un piccolo 1984 privato con un tocco di guerra fredda, è il mio mondo. Per questo mi piacciono tanto gli Oppenheimer Analysis, di questi tempi. (oddio, e questo che era, un passaggio autoironico, addirittura?) Fin qui la parte del pippone personale, che se fossi stata in voi avrei saltato a pié pari per fare qualcosa di più interessante nel mentre. Ma c’é altro.

MI chiedo quanto di tutto questo sia solo il frutto di una mia condizione di irresponsabilità ed incapacità umana o se abbia qualcosa a che fare con la violenza sistematica messa in atto dalla nostra cultura, e con la quale ci si deve confrontare. La gente si uccide, uccide, è costretta a lasciarsi usare e ricattare per niente o quasi, perché non esistono condizioni collettive per un cambiamento che riporti ad inquadrare le cose, i rapporti di potere, i meccanismi di coercizione tra persone (che mai si sognerebbero di ammettere di esserne parte, per carità) per ciò che sono. Non esiste un modo di vita che consenta di tenere conto dei propri desideri, che agevoli il dispiegarsi libero e coerente delle possibilità di ognuno. Ci hanno ridotto ad essere cani alla catena, e questo indipendentemente dal fatto che si abbia un contratto co.co.co. o co. co. pro., che si sia “imprenditori di sé stessi”, che si lavori in nero, che si viva con i genitori o che si sia residuati bellici della pubblica amministrazione. Siamo vittime – intendo quelli e quelle come me – di una violenza agita sistematicamente, su base economica, politica, grazie all’egemonia culturale concessa ai valori della meritocrazia astratta, del “farsi da sé”, del “se non hai un capitale di partenza…”  Avevo un’amica, una volta, alla quale ero solita ripetere che persone come noi non potevamo permettersi la depressione, che era roba da ricchi. E infatti la mia non è depressione: si tratta di impotenza, di impossibilità di dire chiaramente cosa voglio. Non ho mai creduto completamente alla cazzata secondo la quale si è artefici del proprio destino e si determina il percorso della propria vita. Lo trovo un’escamotage che liber a la coscienza dei privilegiati, comodo per quando si ha il culo parato, per quando si ha un porto a cui tornare, per quando non si è mai visto il proprio conto sottozero e per quelli che quando usano l’espressione “avere solo spiccioli in tasca” significa che in realtà che non hanno avuto ancora il tempo di passare in banca a prelevare. Significa che nessuno si è mai sognato di controllargli i documenti per strada a suon di strattoni, solo perché usciva da un determinato posto. Significa che non si è mai trovato nella condizione di doversi difendere dalla precarietà e dall’incertezza dell’avere un posto per la notte successiva. Significa che non ha mai dovuto rendere conto dei mezzi che si sono usati per sopravvivere, materialmente e psicologicamente, ad una situazione del genere. Chi usa quell’espressione lì non è mai andato a lavorare in un posto in cui dopo mezz’ora che hai iniziato un boss ubriaco ti chiede se indossi le mutande e tu non puoi andartene perché venticinque euro comunque ti servono, e ti serviranno domani e anche dopodomani. Io ho deciso che quell’espressione non la userò mai, ché non è fatta per chi è come me. Le cose succedono perché c’é un disegno preciso che viene spacciato per “naturale”, che riguarda una precisa volontà di esclusione e privazione. Una specie di fitness negativa in cui io sono l’elemento che non deve continuare a riprodursi, perché incostante, sfuggente, problematico, palloso, difficile da educare e da modellare affinché si metta al servizio della gente perbene, produca, consumi e si lasci usare.

Ora, se vi state chiedendo dove volevo andare a parare, fate male. Non ho risposte, ricette, metodi che funzionano, né per me né per nessun altro. Era solo un post dettato da una giornata particolarmente triste, in cui le cose avevano leggermente meno senso che negli altri giorni.

Una giornata cominicata male e finita così così. Stanchezza, e ancora stanchezza. Fisica, brutale. Avrei voglia di dormire per un paio di giorni e svegliaremi con una testa diversa.

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