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il lettino dell’analista

Impegnata a sopravvivere, tornerò presto (vostro malgrado) con le tragicomiche (dis)avventure della cartomante online autorganizzata e precaria, condite da amare riflessioni su denaro, lavoro fai-da-te, e condizione femminile.

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E insomma ho fatto questo sogno in cui ero seduta ad un banco e dovevo sostenere quest’esame per vedere qual era il mio grado di femminismo ed in che misura l’avevo applicato nella mia vita, se ero una femminista coerente e meritevole di essere definita tale. Io sudavo freddo e mi sentivo in colpa perché ripercorrevo la mia vita e vedevo tutti i buchi, le toppe, i proclami senza seguito, le rivendicazioni a parole e l’incapacità – seguita da frustrazione – di aderire nella pratica a tutti i miei convincimenti, pensavo a cose tipo autonomia, autodeterminazione, dignità nella libertà, indipendenza, responsabilità, desideri, e pensavo ma io questo test non lo passerò mai, e dovrò solo andare a rinchiudermi e non farmi più vedere in giro, non scrivere più manco mezza parola e tacere per sempre, perché sono stata una parolaia, una che ha predicato bene e razzolato male, all’ombra di tutti i miei alibi e le mie deleghe – dolorose, ma sempre deleghe – e la mia vigliaccheria e poracciaggine. Senonché, mentre in un millesimo di secondo facevo tutte queste considerazioni, succedeva che tentavo di aprire la busta che conteneva il foglio con le domande, ma la busta non voleva saperne di aprirsi, riuscivo a scollare i bordi al centro ma gli angoli rimanevano pervicacemente appiccicati tra loro, e io mi sforzavo di tirare fuori il foglio d’esame, ma niente, riuscivo a tirarlo fuori sì e no per un paio di centimetri, e intanto il tempo passava (nessuno mi aveva assegnato un tempo, ma io sapevo che c’era) e io lottavo con la busta di carta, sempre più frustrata e in fondo un pochino sollevata, perché pensavo: se non riesco a tirar fuori quest’affare dalla busta, non dovrò rispondere alle domande e nessuno saprà mai che razza di merda io sia. Però continuavo lo stesso nei miei tentativi, perché in fondo mi dispiaceva non provarci nemmeno e covavo la speranza segreta che forse, dopo aver letto le mie risposte, mi avrebbero convocata per chiedermi di spiegarmi meglio, per raccontare perché le cose mi erano andate così male, perché mi ero ridotta da piccola giaguara dell’antagonismo tiberino a randagia in gabbia, per di più volontariamente e dando seguito a ragionamenti difensivi che all’epoca m’erano sembrati lucidissimi e che mi sembrava rappresentassero la salvezza. Volevo raccontare la mia versione, parlare delle cose che mi avevano fatto paura e di tutto quello a cui avevo acconsentito negli anni solo per sentirmi un pochino più al sicuro. Volevo parlare dell’invisibilità, della precarietà, del non sapere, dell’oggi qui domani pure o forse non lo so, dipende da quanto male sto. Volevo spiegare perché il delorazepam nell’armadietto, volevo spiegare che era per sentire la colpa ancora più forte, perché niente ti accusa così spietatamente come una boccetta di vetro scuro e niente rispecchia meglio il tuo fallimento. Poi mi sono svegliata, senza aver fatto l’esame, piena di rimpianto e ancora sbigottita per non esserci riuscita, e non sapevo se essere contenta che si fosse trattato solo di un sogno o di rammaricarmi per aver perso l’occasione di prendere finalmente la parola, e intanto avevo un dolore terribile alle vertebre lombari, come se un cinghialotto ci fosse stato seduto sopra durante la notte, il braccio destro addormentato (le braccia mi si addormentano e le mani mi fanno male alternativamente due-tre volte ogni notte) e il dolore cronico in c7-c8 (un punto del cazzo, si rischia l’ernia cervicale) che mi porto dietro da dodici anni ormai, e che ancora aspetta una risonanza che non riesco a pagarmi, per vedere se c’è lo schiacciamento del midollo tra le vertebre. Il mio farmacista dice sì, lo diceva anche la mia fisiatra da cui non vado più, santa donna. Lo penso anch’io ma che devo fare? “Sei pallida” mi hanno detto appena alzata, “Vero” ha fatto eco qualcuno, e allora mi sono fatta un caffé alzando le spalle, ho fumato la prima sigaretta della giornata e ho continuato a far finta di niente. Tanto l’esame non l’avrei passato.

Stasera ho risentito dopo anni l’odore di mia nonna.

Lo scirocco che soffia stanotte, e che non sentivo così forte e paralizzante da anni, mi ha riportato il suo odore.

Un odore antico, di legna umida e di vestiti scuri scaldati dal fuoco. Mi ha colpito all’improvviso.

Sul momento non ho realizzato che era semplicemente scirocco. Ho pensato che era arrivato il momento tanto temuto della dementia precox, saltando a pié pari l’ipotesi di un miracolo, ché non mi si confà. Ho realizzato all’improvviso, nell’attimo in cui questa madeleine atmosferica mi ha invaso le narici ed il cervello, che mia nonna odorava di vento. Sapeva di vento. Alla sensazione olfattiva si è unito immediatamente il ricordo visivo. L’odore – e la visione – della sua lunga treccia bianca, da cui ero affascinata e che non ho mai avuto il coraggio di toccare per paura di rovinarla. Qunado mia nonna si scioglieva i capelli, rifaceva la treccia e l’avvolgeva stretta su se stessa dietro la nuca sembrava una bambina. Mi facevano tenerezza i suoi gesti goffi, le mani nodose, l’espressione concentrata e un po’ leziosa. Poi si copriva la testa col fazzoletto nero – donna del Sud, arcaica e dura ed imperscrutabile, ferma ed inamovibile come le pietre del suo paesino milenario – e ritornava ad essere la nonna arcigna e taciturna di sempre.

Mia nonna stava ferma vicino al fuoco o seduta al tavolo, oppure camminava, camminava veloce attraversando in lungo e in largo tutto il paese. Altre attività, non gliele ho mai viste fare. La vedevo poco, e con gli anni l’ho vista sempre più di rado, complici anche le colossali litigate interne al clan. Quindi io me la ricordo in queste due sole versioni: quella statica e quella dinamica. Non mi ricordo discorsi, giochi, raccomandazioni, sgridate, ricette. Parlava pochissimo. Ed era assolutamente incapace di avere a che fare con i nipoti. Le mettevi un bambino in braccio e lei stava lì ferma senza sapere cosa farci, lo guardava e lo riguardava e rideva tra sé e sé ricordando chissà cosa. Una bambina, neanche tanto intelligente, con la sua bambola.

Pare sia stata – a detta della mia – una pessima madre, tanto prolifica quanto assente e disinteressata, insensibile alla sorte della nidiata di ragazzini e ragazzine che aveva messo al mondo in collaborazione con il mio nonno scapestrato e ribelle. Una coppia che per me è stata sempre un mistero ma che in qualche modo mi sembrava unita, al di là della sua strana distanza e freddezza, da qualcosa di ben più potente ed intangibile, qualcosa che avevano conosciuto solo loro. Poi magari mi sbaglio e sto romanzando; magari erano semplicemente fatti l’uno per l’altra perché entrambi superficiali ed irresponsabili, e troppo pigri e disinformati, negli anni ’50, sulla contraccezione. Però avevano un che di bohèmien nel loro disinteresse ostentato ed egoista per tutto ciò che riguardava la famiglia, il lavoro ed i figli, e nel modo con cui convivevano con la povertà come se fosse un dato naturale e di poco conto. L’atmosfera scombinata che trovavo da loro la preferivo di gran lunga a quella stolida e stagnante dell’altro ramo della famiglia. Una noia mortale, lì. Non succedeva mai niente.

A casa di mia nonna invece, un grande appartamento di un caseggiato di edilizia popolare di fine anni ’70, c’era un gran disordine, sia materiale che mentale. Un corridoio lunghissimo disseminato di porte che si aprivano su stanze stracolme che ospitavano una collezione di esaurimenti nervosi, depressioni endogene ed esogene e deficit caratteriali così variamente assortiti ed intergenerazionali che non potevano di certo annoiare una ragazzina ipersensibile e ricettiva come me. La casa mi sembrava enorme, a me piccolina, e sapevo che in ogni stanza avrei trovato uno zio o una zia con una nevrosi diversa ed una manìa differente (per dire, ho avuto uno zio che per anni ha tentato di essere il sosia di Stallone e si è comportato di conseguenza.) Uno spasso. Un’immersione nell’umanità (e disumanità) di un sottoproletariato dei primi anni ’80 che da sola avrebbe zittito qualunque etnografo meridionalista. Sarebbe stato un paradiso scientifico sia per De Martino che per Basaglia.

Mia nonna l’ho vista l’ultima volta qualche anno fa, già consumata dall’Alzheimer. Pesavamo uguale, quarantatré chili. Lei perchè non riusciva più a mangiare, io perché ero sfinita dall’assistenza a mio padre malato. Siamo state per un paio d’ore sedute vicine, quasi senza parlare, lei avvolta in una coperta, io con la schiena appoggiata ad un calorifero tentando di far decelerare i miei pensieri per qualche ora. Fuori, la neve. E poi dal nulla lei se n’é uscita dicendo qualcosa. Tre parole. Che significavano esattamente quello che il loro senso letterale significava, ma volevano dire anche altro, e che mi hanno fatto un male cane. Significavano che io non mi appartenevo, che non c’ero per me stessa, che non ero mia, e che non avevo fatto nulla per porre rimedio. Che non ero nulla nemmeno rispetto a tutti gli altri. Che ero irrimediabilmente indietro, in ritardo, fuori dai giochi. Mi ha detto quello che si dice ad una persona che non ce la fa, non per schernirla ma per mera constatazione. Un puro dato di fatto, un’informazione razionale. Una vecchia annichilita dalla demenza che in tre parole  – dette perfino in modo dolce – scolpisce nel cervello di una nipote non ancora trentenne una verità cruda, enorme ed inconfutabile, ed infligge un dolore misto a stupore ed impotenza. Quanto l’ho amata per quelle parole. Credo di aver sentito una cosa che sento raramente, un barlume di senso di appartenenza, di radicamento. Come se lei mi avesse seguita e conosciuta di nascosto. Come se io avessi riconosciuto il mio albero, o avessi tra le mani un pezzetto finalmente tangibile di qualcosa di vagamente simile ad un’identità.

Per chiuderla qui, mia nonna non è ancora morta. Non so cosa l’Alzheimer stia facendo di lei, a che punto sia lo scempio. Non so nemmeno se mi riconoscerebbe. Ma sono sicura che se lo facesse, mi inchioderebbe di nuovo come quel giorno, non lasciandomi più nessuna via di fuga dalla presa di coscienza.

Io sono come i gatti, che quando stanno male vanno a nascondersi per soffrire in silenzio ed aspettare la morte. Ovviamente, io non sono arrivata a questo punto – anche se ho passato più di un giorno in cui l’essere deceduta mi sembrava tutto sommato un’alternativa preferibile allo stato di cose – però per colpa dell’autoisolamento imposto mi sono persa la notizia della seconda gravidanza di un’amica*. Ed è inutile che io continui a negarlo a me stessa, ormai sono entrata in una fase in cui certe cose smuovono emozioni e sentimenti che devono ancora trovare una codificazione.

Io sono una persona tendenzialmente cinica e pessimista, per cui ho cominciato precocemente a rinfacciare ai miei genitori di avermi messa al mondo senza consenso, per puro egoismo, distrazione, noncuranza o non so che altro – non ho mai indagato. Mi ci sono arrabbiata davvero, su questa cosa, molto prima di avere le crisi adolescenziali che tutti hanno attraversato.

In seguito, ho sempre pensato che a me l’ansia da riproduzione non sarebbe mai venuta, che non era necessario che io ed un altro essere ci perpetuassimo e ci proiettassimo nel futuro attraverso un’altra creatura che sarebbe stata una combinazione acrobatica e casuale dei nostri geni. Non due metà o una somma, ma una cosa diversa ancora, molto più complicata e meravigliosa. Questo è abbastanza affascinante e spaventoso da far tremare le gambe a chiunque. E poi, io con due bambini già ci vivo, e so cosa sono le notti insonni, le urla, la febbre alta, la pipì addosso, le spese continue, il senso di inadeguatezza, il non sapere cosa rispondere, il far finta di non essere stanchi perché devi sempre e comunque essere una roccia, grande e forte, a cui loro possano aggrapparsi nei momenti di insicurezza. Lo so benissimo, cosa comporta avere bambini da questo punto di vista. Per di più, la mia visione del futuro è distopica ed apocalittica. Le risorse sono finite, lo spazio pure, acqua, aria, energia, sono in mano ad oligarchie multinazionali, le democrazie sono fantocci, cane mangia cane e via dicendo. E la paura del parto? Io ho una soglia di tolleranza del dolore fisico prossima allo zero, sono piena di acciacchi e cagionevole, come posso pensare di dilatarmi ed espandermi fino a far uscire un’altra persona da me? Lasciamo perdere tutto in partenza, mi sono sempre detta. Ora, quale persona razionale potrebbe desiderare di riprodursi portandosi dietro un simile carico di angoscia planetaria? Il concetto di fondo (ma forse è anche un alibi) è riassumibile in “having children now days is like renting a room in a burning edifice“, che credo renda abbastanza l’idea.

Inoltre, finora mai in vita mia ho guardato un uomo e ho pensato: “Sì, lui potrebbe essere un padre. IL padre. ” Non l’ho mai pensato neanche di quello che è stato con me e con il quale ho vissuto tutti i giorni per sette anni. Mi sono sempre chiesta come si faccia a sapere prima una cosa del genere. Ti devi fidare ciecamente, suppongo, e affidarti all’istinto ed alla conoscenza. E mi sono convinta, ultimamente, che questa cosa sia un’epifania, una scarica elettrica a fior di pelle, un nanosecondo in cui il cervello subisce un micro corto-circuito e fai appena in tempo a renderti conto di ciò che hai pensato (“sì, si potrebbe”) che già ti stai prendendo mentalmente a schiaffi nei denti per l’impudenza di averlo fatto e ricacci indietro il pensiero. Ad aggravare il quadro clinico, c’è il fatto che la settimana scorsa ho compiuto 32 anni, e che da qualche settimana ho cominciato a fare sogni in cui senza tante metafore il senso di fondo è la generazione, la nascita, l’incubazione, la maternità, il nuovo. Non volendo prendere la cosa alla lettera, mi sono adagiata sulle spiegazioni che vogliono questi tipi di sogni non necessariamente legati alla riproduzione ma più in generale relativi a cose come individuazione, evoluzione dell’identità eccetera. Mi serve per mettermi la coscienza a posto, per stare in guardia e con l’orecchio teso ai ticchettii dell’orologio biologico di merda, ché sto pronta a sfasciarlo a martellate appena lo sento, ed ho tutta una serie di motivazioni indistruttibili per farlo tacere, che vanno da quelle precedentemente elencate a cose più specifiche legate a precarietà, instabilità, condizioni materiali esistenti. Penso che se dovessero venirmi in mente idee malate, potrei ricacciarle indietro semplicemente elencando come un rosario tutti i motivi puramente pratici per cui un figlio non posso permettermelo: non posso dargli una casa, non posso garantirgli che io abbia un lavoro e la possibilità di curarlo, non posso garantirgli che non sarei costretta a lasciarlo solo, non ho una famiglia che possa sostenermi. Però, penso anche, potrei dargli il cerchio delle mie braccia, che mi fanno male ogni volta che vedo un neonato, come se subissero la mancanza di un peso desiderato. Potrei dargli me stessa, ma mi sembra un po’ poco, dati i casini che riesco a combinare e l’instabilità che riesco a produrre in chiunque mi stia accanto. Potrei amare, e basta, senza tante storie. So che mi verrebbe naturale, e che sarebbe al sicuro con me.

E poi: forse finora ho fatto solo cose sbagliate, forse potrei cambiare, è il pensiero maligno che alligna nel centro della pancia e del cervello. Forse lo potrei anche fare, se scattasse la molla giusta, e le condizioni fossero giuste, e se il calore che si sviluppasse fosse quello adatto, penso –  e sento – contro la mia volontà. Se, se, se. Con i se non si fa nulla, ma mi riscalda lo stesso il cuore pensare che potrei essere me stessa ma diversa, esposta ad emozioni ancestrali contro cui il controllo mentale eretto come una barriera non può più nulla e di fronte alle quali le remore razionali, le difese, le scuse, crollano e si sgretolano come palazzi minati alla base. Sarebbe stravolgimento e rivoluzione, sarebbe come vivere la presa del Palazzo d’Inverno. Sarebbe come sbaragliare un esercito nemico ed issare una bandiera rossa di trionfo sul fortino delle mie paure, sarebbe dare a me e a qualcun altro la possibilità di sperimentare amore incondizionato, e di ricevere in cambio purezza, gioia e sorrisi e baci umidi che ti trafiggono il cuore e lo stomaco e ti fanno venire le lacrime agli occhi anche se fingi di essere una specie di Terminator. Ma non capisco perché, tutto questo mi fa venire paura che siano tutti pensieri egoisti. Mi fa temere di essere solo in balìa delle esigenze della mia specie, di rispondere, cieca, ad un istinto animalesco senza tener conto delle conseguenze possibili, del dolore che potrei eventualmente creare. Mi sento colpevole solo a pensarci. Ho paura del desiderio. Ho paura di poter un giorno, tra non molto, arrivare a volere questa cosa in maniera così forte da considerarla prioritaria, e ho paura di arrivarci da sola, di non poter condividere niente di tutto questo con nessuno. Non è sbagliato, succede, è una scelta o una necessità. Ma penso: prima da sola, poi due e poi tre. Tre e non più uno: dev’essere bello, anche se si complica tutto, si moltiplica tutto, si amplifica tutto. Potrei reggere tutta questa pienezza? Ho abbastanza spazio, e forza, e volontà, e capacità di scelta, d’amore e d’impegno per farlo? In sostanza: il momento di ammettere questa possibilità e non rifiutarla più a priori, sta arrivando o no? Non so se è una questione di resa davanti alla biologia, alla storia umana, di senso di incompletezza, di inquietudine, di vecchiaia incombente, di problemi non individuati e non risolti. Magari è tutto questo, Magari è solo la percezione di un cambiamento normale che per me è difficile accettare, l’intravvedere una possibilità, il bisogno di conferire senso e non buttare via quel poco di buono che può esserci in una vita come la mia.

 

 

P. S. Vi abbiamo appena presentato “come sputtanarsi intimamente sul proprio blog dopo un mese e mezzo di silenzio”

*grande Sibia!

Un milione di parole, possiedo. E nonostante questo m’impongo forme di autocensura al limite del masochismo. Come se non fossi più all’altezza, come se un meccanismo si fosse rotto o qualcosa nella mia testa fosse andato definitivamente perso, insieme a quella parte di me che era in grado di ragionare, criticare, operare collegamenti significativi che davano un senso a ciò che vedevo ed interpretavo.

Non volevo un blog ombelicale, tutt’altro, eppure è ciò che sta succedendo. Ogni cosa nelle mie mani diventa meta: un meta-blog, un meta-diario, un meta-progetto, una meta-vita…mi ritrovo sempre a parlare di quello che faccio per evitare di farlo. Forse gli avvitamenti sono necessari e funzionali per potermi fornire l’alibi che mi serve a mantenere il mio stato di animazione sospesa.  Ma a parte questo, io penso di aver effettivamente perso per strada qualcosa – ed è successo proprio nel momento in cui invece mi sentivo pronta ad essere finalmente diversa, dopo anni di accondiscendenza e torpore, e cosa ho perso? Un bel po’ di curiosità intellettuale, tanto per cominciare. Smettere di studiare, leggere random e non con metodo, non esercitarsi con costanza nella scrittura, sono tutte cose che fanno la loro parte in un processo di annichilimento ed ovattamento della percezione di sé e del mondo circostante. Read More

A me dell’anno dei Maya non frega niente. Ho già vissuto un discreto numero di apocalissi. Ecco perché non mi interessa minimamente di organizzarmi qualcosa per domani sera.

Però sento di dover raccontare un capodanno meraviglioso, ai confini della realtà.

Sera dell’ultimo dell’anno di un anno non meglio precisato, tra il 2002 ed il 2009, giuro che di preciso non me lo ricordo. facciamo tra il 2004 ed il 2005, per convenzione, come fanno gli storici.

Quell’anno io e il mio compagno avremmo potuto fare come l’anno precedente, e andarcene al Livello 57 per un capodanno a scopo psicotropo che era stato bello assai, e divertente. Oppure avremmo potuto fare come avremmo fatto l’anno successivo, e starcene a casetta per conto nostro a mangiare, fumare e giocare a GTA  dopo un rapido giro di auguri improcrastinabili. Invece no. Quell’anno non ero riuscita a scamparla: mi toccava il “cenone” dai Biondozzi. Casa Biondozzi era una sorta di centro di accoglienza e smistamento sbandati, dato che i suoi abitanti vantavano una discreta esperienza nel ramo. Erano allo stesso tempo vecchi, vecchissimi amici d’infanzia del mio compagno di allora e mie conoscenze. Alla notizia che la padrona di casa quell’anno era depressa e sotto psicofarmaci in seguito a vedovanza precoce, che la figlia era incinta e non poteva strapazzarsi, che l’altro figlio – giustamente – per capodanno s’era dato, e venuti a sapere che il resto dei presenti era una cosa a metà tra un reparto psichiatrico ed un braccio del carcere di Capanne, chi è che decide che, per l’amor di dio, quella sera noi non possiamo assolutamente mancare in quel luogo? Lui, ed io cedo per non fare sempre la rompicoglioni che no gli lascia spazio. Ma io sapevo che sarebbe stato memorabile. Oh, se lo sapevo. E rimpiango ancora di non essermi opposta con più tenacia.

Facciamo una rapida panoramica:

– io&compagno. Lui, felice come un bimbo, appena arrivato si era immerso nel classico torneo di scacchi con il genero della Biondozzi, torneo che aveva inizio regolarmente nel momento in cui lui varcava la soglia di quella casa. Io, molto perplessa.

-genero della Biondozzi+figlia Biondozzi+compagno della Biondozzi+amico stalinista con problemi mentali: quattro amebe. Non pervenuti. Totalmente irrilevanti al fine della serata e del racconto.

– figlio maggiore Biondozzi: per quella sera non pervenuto. Si era dileguato appena arrivati noi, seguito da fidanzata. La scelta migliore in assoluto.

– figlio minore: faceva il figlio minore, e quindi turbinava per casa ingozzandosi e ungendo qualsiasi cosa toccasse.

– una coppia di disperati presenti per non si sa quale motivo, forse perché buttati fuori dalle rispettive famiglie: lui famigerato tossico, lei un tantino rallentata e assente, e quindi un tantino plagiata dalle balle raccontate da lui. Erano un po’ il fulcro dell’attenzione, perché erano neogenitori. Peccato che ci siamo accorti tutti subito che lei aveva un vero e proprio rifiuto per la sua nuova situazione e sembrava non sentire la neonata quando piangeva, assumendo un’aria vaga ed aliena. Ma non corriamo.

– Norberto, dipendente di un’azienda comunale, delegato sindacale, seduto a gambe larghe, fumava e ridacchiava e faceva battute sessiste su di me che mi stavo facendo un culo così. (La ragione del suddetto mazzo era che la padrona di casa Biondozzi alle nove di sera era collassata sotto il peso delle pasticche regolarmente prescritte da psicologo, a sua volta prescritto da tribunale dopo ennesimo fermo della Biondozzi)

Andiamo con ordine: dopo un tira e molla di due giorni sull’andare e non andare, sulle alternative concrete ed ipotetiche, verso le 19 facciamo il nostro ingresso in casa Biondozzi. La situazione mi sembra subito sfasciata: la Biondozzi mother mi sembra in evidente stato di alterazione. In quell’attimo, mi passa come un lampo per la mente, realizzo che non ce la farà ad arrivare a mezzanotte ed in un attacco di preveggenza già vedo la fine che mi toccherà fare. Mi chiede di aiutarla a preparare le tartine con il paté di funghi, raccolti da lei nei fragranti boschi dell’Appennino. Apro il barattolo e m’investe un miasma di cadavere. MI azzardo a dire: forse meglio non usarli. Lei annusa e dice: ma no, vanno benone. Io insisto che l’odore di nutria putrefatta non è caratteristica del paté di chiodini. Lei insiste che sono buoni, li ha fatti lei. Io apro il secondo barattolo sperando di convincerla con il confronto: l’odore è normale, glielo metto sotto il naso e lei a quel punto ammette: beh sì, forse quelli sono andati a male. Usiamo questi. Giubilo interno della sottoscritta: abbiamo scampato il botulismo, almeno per la durata dell’antipasto. Nel frattempo, intorno a me e ai vassoi di tartine, il deboscio: alle 20 la cortina di fumo è impenetrabile (e nessuno che si degni di passare, eccheccazz), gatti ciechi e con la toxoplasmosi che allungano le zampe verso il tavolo della cucina, il mio compagno è posseduto fisicamente da Kasparov e non c’è verso di smuoverlo dal tavolo degli scacchi, qualcuno gioca al pc, altri blaterano di stalinismo e nessuno sta pensando a cucinare. Alle 21 la Biondozzi mi prende da parte e mi comunica: le medicine mi fanno male, devo stendermi un attimo, ci pensi tu a mettere su l’acqua per i tortellini? Io torno subito. Ricordatevela bene, e salutatela, perché non la vedrete più, l’ultimo dell’anno per lei finisce qui.

Rimango quindi da sola al timone di una catapecchia piena di matti e mi sento leggermente assalita dalla disperazione, dal senso di responsabilità e dall’impotenza. Non starò qui a raccontare del perché sia stata un’impresa epica cucinare dei tortellini per appena una decina di persone, perché sarebbe troppo surreale e nessuno mi crederebbe. Ovviamente, la citazione d’obbligo sarebbero i famigerati tortellini del veglione di Fantozzi, ma qui siamo oltre. Basti, per il lettore, sapere che alle 23:30 circa, io sudata, disfatta e morta di fame, avevo appena scolato i suddetti tortellini e li avevo conditi con la salsa alla cubana. Ora, è vero: la salsa cubana è piccante. Ma un piccante umano, abbordabile.  Invece Norberto – che fino a quel momento aveva svuotato un braciere di bong dopo l’altro (ricordo: senza passare)  – si alza e senza dire una parola, senza emettere un suono, svuota nella zuppiera un vaso (non un vasetto) di olio piccante, ma non piccante normale: una cosa ai limiti della perdita delle facoltà senzienti. Una cosa che ti faceva ritrovare con le tempie ingrigite dopo che l’avevi assaggiato, ed io l’avevo assaggiato, in tempi lontani – ergo sapevo cosa significava un pitale di quella roba dentro un chilo e mezzo di tortellini. Inoltre, ero reduce da un autunno particolarmente prodigo di virus gastrointestinali e gastriti psicosomatiche (certo. ovvio. c’è un motivo se sono qui). Quindi finisce che mi incazzo e non mangio, ma nessuno sembra farci caso. Al contrario,  il mio compagno è sempre più felice ed ebete, beato lui, principalmente perché non si rende conto della piega che la serata ha preso. Lui è felice, sorride, si diverte, ed io lo odio. Forse la mia, e quindi la nostra crisi, è cominciata quella sera, chissà.

Nel frattempo, la serata era allietata da una tragedia della maternità: la ragazza un tantino tarda che si era fatta mettere incinta dall’ex tossico continuava sistematicamente ad ignorare la bimba che piangeva. FInché la Biondozzi era stata vigile, ci aveva pensato lei, memore dei suoi trascorsi materni. Collassata la Biondozzi, avevamo cercato a turno di vigilare sull’infante, Era una scena a suo modo istruttiva: la neomadre sedeva eretta, composta, con un’aria intenta, lo sguardo concentrato, cercava di intercettare sorrisi a destra e a manca facendo finta di niente, mentre ‘sta povera creatura di dieci giorni piangeva e piangeva. Io guardavo la ragazza e poi guardavo verso la porta, cercando di suggerirle con gli occhi di alzarsi e andare a prendere la bimba. Ma lei niente. Chiedeva al suo compagno (con cui un paio di mesi dopo si sarebbero ammazzati reciprocamente di botte fino a farsi togliere la figlia) di andarci lui, che era anche figlia sua. Lui niente: Seduto a gambe incrociate, suonava il flauto traverso (miodìo, il flauto traverso. E chi sei, Ian Anderson?). Ogni fibra del mio corpo, ogni nervo ed ogni mio neurone si protendevano verso la porta, verso il pianto della neonata. Alla fine la presi io, e gliela portai, e rimasi scioccata dall’espressione scocciata con cui la madre la guardava, tenendola sulle braccia ma discosta dal corpo. Io pensavo: questa bimba non doveva nascere, e mi ricordavo che tutti mi avevano dato della stronza quando alla notizia di quella gravidanza avevo pronosticato che essere figlio/a di quei due sarebbe stata una tragedia per chiunque. E adesso tutti assistevano alla scena di questa ventenne con in braccio un fagotto che evidentemente non voleva, che non sentiva suo, accoppiata non si sa perché ad un quasi quarantenne equivoco, fisicamente menomato, eroinomane e totalmente inaffidabile, e magari – adesso – tutti si chiedevano come mai. Mh, bella domanda. Forse perché in quel gruppo vigeva la regola dello stare a guardare lo sfascio dei propri amici senza intromettersi? Mi sa di sì, considerando le cose che sono successe negli anni a venire.

Comunque, la mezzanotte fu per me un momento tragico, denso di riflessioni esistenziali: mentre loro si accalcavano fantozzianamente sul terrazzino per godersi i fuochi e i botti, a me stava esplodendo un’emicrania rabbiosa, stavo dietro di loro e li fissavo chiedendomi chi ero io, chi erano loro, e cosa ci facevo là. D’accordo, son compagni, in periodi come questi hanno bisogno di stare uniti, di vivere momenti in comune. Ma mica abbiamo solo questi, eh, di compagni: conosciamo anche gente tutto sommato più equilibrata. Non che io giudichi e mi senta superiore, ci mancherebbe. Ma mi sa tanto che mi sono fatta un capodanno di merda. Sissì. Con queste considerazioni in mente, aspettai che passasse un’oretta, lasciai che il party (oh yeah) si placasse un attimo e poi feci presente al mio compagno che pensavo di essermi sbattuta abbastanza senza avere il dovere di farlo, e gli chiesi se era intenzionato a riportarmi verso casuccia nostra. Lui era quasi stupito, come a dire: ma come, non è la serata più divertente della tua vita? Non mi ami come prima, più di prima, per averti portata qui? Ci mettemmo in macchina, con lui che era in vena di fare il tenero ed io morta di fame, incazzata e muta. Arrivammo a casa, mi feci un panino con la mortazza giurando che mai più in vita mia una cosa del genere (mentre cercavo di non ascoltare lui che decantava quant’erano buoni i tortellini) e mi piazzai davanti al pc fino alle sei del mattino per dimenticarmi tutto.

Infatti.