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Archivio mensile:marzo 2012

Buco nero strikes again. L’é dura, eh. Guardare negli occhi gli errori, le lacune, l’incapacità, le responsabilità evitate, l’impossibilità di offrire stabilità a chicchessia e non sapere come fare per porre rimedio, per avere il controllo. Non essere mai ferma. Non stare mai ferma un cazzo di secondo della mia vita ed essere una forza distruttiva mio malgrado. Investire gli altri con una valanga di non lo so, non so come si fa, non posso, non è vero che sto sbagliando e ritrovarsi sempre allo stesso punto, con un pugno di mosche qualunque sia la scelta che si è fatta. Perché niente è mai come lo vorrei io. Perché vorrei tutto e subito, in ogni momento e ovunque, e non riesco ad imparare che non funziona così.

 

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Talmente irrequieta, e stanca dell’inquietudine, da non riuscire a scrivere. Bruttissimo segno. Nel frattempo mi rileggo la Trilogia dello Sprawl, ma con gli e-book faccio fatica, mi sembra di far finta se non ho il contatto fisico con il libro. Scarico film di fantascienza anni ’60. L’equivalente del cullarsi e del dondolarsi avanti e indietro in maniera autistica, per non prendersi la responsabilità delle non-decisioni, per non avere troppa paura delle spinte sotterranee e magmatiche che romperebbero l’equilibrio e incrinerebbero la superficie piatta e senza appigli che mi preserva.

Io sono come i gatti, che quando stanno male vanno a nascondersi per soffrire in silenzio ed aspettare la morte. Ovviamente, io non sono arrivata a questo punto – anche se ho passato più di un giorno in cui l’essere deceduta mi sembrava tutto sommato un’alternativa preferibile allo stato di cose – però per colpa dell’autoisolamento imposto mi sono persa la notizia della seconda gravidanza di un’amica*. Ed è inutile che io continui a negarlo a me stessa, ormai sono entrata in una fase in cui certe cose smuovono emozioni e sentimenti che devono ancora trovare una codificazione.

Io sono una persona tendenzialmente cinica e pessimista, per cui ho cominciato precocemente a rinfacciare ai miei genitori di avermi messa al mondo senza consenso, per puro egoismo, distrazione, noncuranza o non so che altro – non ho mai indagato. Mi ci sono arrabbiata davvero, su questa cosa, molto prima di avere le crisi adolescenziali che tutti hanno attraversato.

In seguito, ho sempre pensato che a me l’ansia da riproduzione non sarebbe mai venuta, che non era necessario che io ed un altro essere ci perpetuassimo e ci proiettassimo nel futuro attraverso un’altra creatura che sarebbe stata una combinazione acrobatica e casuale dei nostri geni. Non due metà o una somma, ma una cosa diversa ancora, molto più complicata e meravigliosa. Questo è abbastanza affascinante e spaventoso da far tremare le gambe a chiunque. E poi, io con due bambini già ci vivo, e so cosa sono le notti insonni, le urla, la febbre alta, la pipì addosso, le spese continue, il senso di inadeguatezza, il non sapere cosa rispondere, il far finta di non essere stanchi perché devi sempre e comunque essere una roccia, grande e forte, a cui loro possano aggrapparsi nei momenti di insicurezza. Lo so benissimo, cosa comporta avere bambini da questo punto di vista. Per di più, la mia visione del futuro è distopica ed apocalittica. Le risorse sono finite, lo spazio pure, acqua, aria, energia, sono in mano ad oligarchie multinazionali, le democrazie sono fantocci, cane mangia cane e via dicendo. E la paura del parto? Io ho una soglia di tolleranza del dolore fisico prossima allo zero, sono piena di acciacchi e cagionevole, come posso pensare di dilatarmi ed espandermi fino a far uscire un’altra persona da me? Lasciamo perdere tutto in partenza, mi sono sempre detta. Ora, quale persona razionale potrebbe desiderare di riprodursi portandosi dietro un simile carico di angoscia planetaria? Il concetto di fondo (ma forse è anche un alibi) è riassumibile in “having children now days is like renting a room in a burning edifice“, che credo renda abbastanza l’idea.

Inoltre, finora mai in vita mia ho guardato un uomo e ho pensato: “Sì, lui potrebbe essere un padre. IL padre. ” Non l’ho mai pensato neanche di quello che è stato con me e con il quale ho vissuto tutti i giorni per sette anni. Mi sono sempre chiesta come si faccia a sapere prima una cosa del genere. Ti devi fidare ciecamente, suppongo, e affidarti all’istinto ed alla conoscenza. E mi sono convinta, ultimamente, che questa cosa sia un’epifania, una scarica elettrica a fior di pelle, un nanosecondo in cui il cervello subisce un micro corto-circuito e fai appena in tempo a renderti conto di ciò che hai pensato (“sì, si potrebbe”) che già ti stai prendendo mentalmente a schiaffi nei denti per l’impudenza di averlo fatto e ricacci indietro il pensiero. Ad aggravare il quadro clinico, c’è il fatto che la settimana scorsa ho compiuto 32 anni, e che da qualche settimana ho cominciato a fare sogni in cui senza tante metafore il senso di fondo è la generazione, la nascita, l’incubazione, la maternità, il nuovo. Non volendo prendere la cosa alla lettera, mi sono adagiata sulle spiegazioni che vogliono questi tipi di sogni non necessariamente legati alla riproduzione ma più in generale relativi a cose come individuazione, evoluzione dell’identità eccetera. Mi serve per mettermi la coscienza a posto, per stare in guardia e con l’orecchio teso ai ticchettii dell’orologio biologico di merda, ché sto pronta a sfasciarlo a martellate appena lo sento, ed ho tutta una serie di motivazioni indistruttibili per farlo tacere, che vanno da quelle precedentemente elencate a cose più specifiche legate a precarietà, instabilità, condizioni materiali esistenti. Penso che se dovessero venirmi in mente idee malate, potrei ricacciarle indietro semplicemente elencando come un rosario tutti i motivi puramente pratici per cui un figlio non posso permettermelo: non posso dargli una casa, non posso garantirgli che io abbia un lavoro e la possibilità di curarlo, non posso garantirgli che non sarei costretta a lasciarlo solo, non ho una famiglia che possa sostenermi. Però, penso anche, potrei dargli il cerchio delle mie braccia, che mi fanno male ogni volta che vedo un neonato, come se subissero la mancanza di un peso desiderato. Potrei dargli me stessa, ma mi sembra un po’ poco, dati i casini che riesco a combinare e l’instabilità che riesco a produrre in chiunque mi stia accanto. Potrei amare, e basta, senza tante storie. So che mi verrebbe naturale, e che sarebbe al sicuro con me.

E poi: forse finora ho fatto solo cose sbagliate, forse potrei cambiare, è il pensiero maligno che alligna nel centro della pancia e del cervello. Forse lo potrei anche fare, se scattasse la molla giusta, e le condizioni fossero giuste, e se il calore che si sviluppasse fosse quello adatto, penso –  e sento – contro la mia volontà. Se, se, se. Con i se non si fa nulla, ma mi riscalda lo stesso il cuore pensare che potrei essere me stessa ma diversa, esposta ad emozioni ancestrali contro cui il controllo mentale eretto come una barriera non può più nulla e di fronte alle quali le remore razionali, le difese, le scuse, crollano e si sgretolano come palazzi minati alla base. Sarebbe stravolgimento e rivoluzione, sarebbe come vivere la presa del Palazzo d’Inverno. Sarebbe come sbaragliare un esercito nemico ed issare una bandiera rossa di trionfo sul fortino delle mie paure, sarebbe dare a me e a qualcun altro la possibilità di sperimentare amore incondizionato, e di ricevere in cambio purezza, gioia e sorrisi e baci umidi che ti trafiggono il cuore e lo stomaco e ti fanno venire le lacrime agli occhi anche se fingi di essere una specie di Terminator. Ma non capisco perché, tutto questo mi fa venire paura che siano tutti pensieri egoisti. Mi fa temere di essere solo in balìa delle esigenze della mia specie, di rispondere, cieca, ad un istinto animalesco senza tener conto delle conseguenze possibili, del dolore che potrei eventualmente creare. Mi sento colpevole solo a pensarci. Ho paura del desiderio. Ho paura di poter un giorno, tra non molto, arrivare a volere questa cosa in maniera così forte da considerarla prioritaria, e ho paura di arrivarci da sola, di non poter condividere niente di tutto questo con nessuno. Non è sbagliato, succede, è una scelta o una necessità. Ma penso: prima da sola, poi due e poi tre. Tre e non più uno: dev’essere bello, anche se si complica tutto, si moltiplica tutto, si amplifica tutto. Potrei reggere tutta questa pienezza? Ho abbastanza spazio, e forza, e volontà, e capacità di scelta, d’amore e d’impegno per farlo? In sostanza: il momento di ammettere questa possibilità e non rifiutarla più a priori, sta arrivando o no? Non so se è una questione di resa davanti alla biologia, alla storia umana, di senso di incompletezza, di inquietudine, di vecchiaia incombente, di problemi non individuati e non risolti. Magari è tutto questo, Magari è solo la percezione di un cambiamento normale che per me è difficile accettare, l’intravvedere una possibilità, il bisogno di conferire senso e non buttare via quel poco di buono che può esserci in una vita come la mia.

 

 

P. S. Vi abbiamo appena presentato “come sputtanarsi intimamente sul proprio blog dopo un mese e mezzo di silenzio”

*grande Sibia!

Nel marasma di giorni affastellati l’uno sull’altro, si fa strada la consapevolezza. Una specie di spiraglio per dare spazio ad un inner sunshine che sia solo mio, da condividere con chi decido io. Ma non trovo mai cinque minuti per essere davvero sola con me stessa e scrivere un post che non sia telegrafico e si limiti a dare solo dei cenni di vita, e sembro assente. In realtà io mi preparo ad esistere secondo regole nuove, salvaguardando le poche cose decenti di me e impegnandomi per espellere veleni, tossine, rabbia. Vorrei purificarmi all’aria aperta, sentire il sangue che torna in circolo libero, respirare dai pori.

 

Io sono molto più infingarda e nullafacente di come mi vorrebbe dipingere la Fornero. E so fare meglio gli abbinamenti: dopo un pomeriggio passato sotto il sole a grattarsi la panza – magari in riva ad un laghetto – ci sta un cous cous col ragù di pesce, annaffiato da litri di vino bianco e seguito da cazzeggio alcoolico.

E via fino all’alba.

Un modo come un altro per non avere una vita triste come la sua.