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Archivio mensile:agosto 2012

Immagino che se a fare l’irruzione nella cattedrale ortodossa fossero stati i Cock Warriors con il loro bel passamontagna da guerriglieri punk e metropolitani, non ci sarebbe stato nulla da obiettare. Nessuno li avrebbe accusati di essere pedine nella partita degli interessi geopolitici tra Eurasia e Stati Uniti. E tantomeno sarebbero stati tacciati di ingenuità politica. Né si sarebbe sindacato sull’uso che essi avrebbero fatto, in passato, dei loro membri – cosa che invece è prassi quando si tratta di donne, siano esse militanti o no, o magari semplicemente esposte mediaticamente. Invece, a quanto pare, basta possedere una vagina per vedere immediatamente declassata la propria lotta. Se sei donna, diventi immediatamente un’utile idiota manipolabile a piacimento da potenze oscure, finanziatori di false rivoluzioni e media compiacenti. Sarà colpa delle mestruazioni che non ci permettono di mettere a punto strategie lucide e razionali e ci indeboliscono la volontà, vai a sapere. I due post, questo e questo, con cui un collettivo romano ha democraticamente scelto di suicidarsi nella calura d’agosto, sono l’espressione di un corto circuito della razionalità che tende a verificarsi ogni volta che delle donne mettono in moto qualcosa di interessante a livello politico o sociale. Se lo fanno, devono farlo rispettando i canoni della moralità, possibilmente restando coperte, inappuntabili, guai ad apparire troppo sicure di sé. Siate sempre un passo indietro al compagno, e testa china. Fai politica ma non allargarti se no diventi una sgallettata, è il messaggio che traspare a lettere grandi come una casa dalle confuse argomentazioni su “femminismo” e “antisessismo” (scopro ora che si annullerebbero a vicenda, grazie) che Militant ha tirato fuori nel tentativo di mettere una toppa alle clamorose cantonate partorite nel primo post. Tanta fuffa che ricorda il peggior antimperialismo stalinista per giustificare la loro visione retriva del ruolo delle donne nei movimenti. Tanta fuffa che non basta a far passare inosservato questo indimenticabile paragrafo – che vi invito a stamparvi a lettere di fuoco nel cervello per future referenze: “Le pussy riot sono un gruppo (si definiscono collettivo, ma lasciamo perdere) politico anarco-situazionista, e non un gruppo musicale. Nelle loro “performance” ogni tanto suonano pure, ma non è quella la loro attività principale. Dopo aver messo in piedi alcune sceneggiate demenziali a sfondo pornografico, come infilarsi dei polli surgelati nella vagina in un supermercato di fronte agli allibiti clienti, oppure aver organizzato una mega orgia di gruppo in un museo, sono arrivate a mettere in piedi una sorta di rappresentazione musicale punk all’interno della principale chiesa russa, e cioè la cattedrale di Mosca. Queste solo le azioni principali, per non dire di tutte le altre pagliacciate, sempre a sfondo sessuale, praticate negli anni. Fossero state in un normale paese occidentale (l’Italia, ad esempio), sarebbero già scontando diversi anni di galera (pensate per un attimo ad un irruzione violenta a San Pietro con passamontagna in testa gridando cose oscene, come minimo gli davano terrorismo). In poco più di dieci righe: come giocarsi la reputazione politica, suicidarsi come collettivo e doppiare a destra un Belpietro o un Feltri (ché io a un certo punto ho pensato fossero diventati i ghost writers di Militant), oltre che gettare palate di merda non solo su tre ragazze in galera ma sulle femministe tutte.

Non credo che si tratti di subire un corto circuito mentale, di privilegiare una lotta più mediatica di altre o diventare inconsapevoli strumenti controrivoluzionari. Solo un bambino può far finta di ignorare il nocciolo della questione, che è da un lato quello della repressione messa in atto da un’oligarchia consolidata nei confronti di tre donne politicamente coscienti ed intellettualmente libere, e dall’altro il groviglio ancora irrisolto di rapporto ed interazione di alcuni compagni con le compagne. Altrimenti non si capisce il perché di tanto livore, che sembra quasi sconfinare nel personale. Non mi sento di concedere attenuanti, e mi dispiace, ché io avevo apprezzato molto alcuni passaggi delle analisi di Militant nei giorni in cui su Giap si discuteva di Genova e di Carlo Giuliani. Una caduta di tono del genere, ed un disvelamento così totale del maschilismo di fondo non possono che dispiacere, e tanto – anche perché rivelano una visione politica farraginosa e miope, dogmatica e poco attenta ai mutamenti reali, a dinamiche che pur essendo state messe in moto durante la guerra fredda non sono più da guerra fredda, perché per fortuna nel frattempo sono entrate in gioco altre forze e altre spinte – non ultime quelle dal basso, anche eclatanti – ed ignorarle non è bene, non è da comunisti, non è da gramsciani, non è da internazionalisti, non è da quello che volete, ma nemmeno da persone in grado di storicizzare un minimo gli eventi senza avere sugli occhi la salamella degli algoritmi antimperialisti che danno sempre lo stesso risultato, così rassicurante: amici e nemici senza sfumature, il globo come un risiko, le persone come burattini inconsapevoli. Ripeto: storicizzate un minimo ma senza cartine geopolitiche preconfezionate davanti agli occhi, ché quelle fanno perdere di vista le specificità delle situazioni, confrontatevi con gli eventi, analizzate i simboli, le pratiche, le individualità, le collettività, quello che vi pare. Ma per carità, evitate di rifugiarsi nel terzoposizionismo, ed evitate di atteggiarvi a fustigatori dei costumi esattamente come farebbe un nostalgico fascinato dal ventennio: non può e non deve essere roba nostra. Si fa già fatica a tenere insieme le lotte di tutti i giorni, non diteci che dobbiamo ancora tornare indietro a rivedere concetti di base che davamo come pacifici e condivisi.

Mi verrebbe da dirvi “curatevi”, ma patologizzare il problema sarebbe farvi un favore e sminuire la portata di affermazioni che sono state fatte in piena coscienza e pure ribadite. Se non avete fatto un passo indietro voi, non vedo perché altr* compagn* dovrebbero sentirsi in dovere di minimizzare e darvi ancora il credito che si dà ai famosi “compagni che sbagliano”.

Sbagliare avete sbagliato, non c’è dubbio.

Sul vostro ‘essere “compagni” invece avete messo un’ipoteca davvero pesante di cui dovete assumervi le conseguenze.

 

P.S. Un divertissement  

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Il sogno era così reale che sono riuscita a sentire l’odore dell’erba quando ho aperto la bustina, mentre si chiacchierava del più e del meno: i sensi erano così acuti che ho percepito la trama della stoffa di una maglietta sotto le dita mentre cercavo vicinanza ed intimità. E poi nel sogno ero più giovane, con meno rimpianti e meno dolori. Si parlava di politica, di gente dei collettivi, si sorrideva appena, come se fossimo anziani saggi. Prima di arrivare fin lì, avevo attraversato una sorta di città-suq sviluppata in altezza, salendo faticosamente gradone dopo gradone, dove si affacciavano vie e mercati, fino ad arrivare in alto dove c’era una meta che sapevo mi rendeva felice. Man mano che salivo avevo comprato dei regali da portare con me: cibo, un cucciolo di cane ed una tazza con scritto “porcodio” che mi era sembrata bellissima – non so perché – e particolarmente adatta come regalo  per un invito a cena.

Ora, non voglio dire che i pici toscani col sugo all’aglio di ieri sera c’entrino qualcosa, però insomma.

Una specie di bassa marea intellettuale. Troppe cose che non funzionano e che mi tolgono energia e voglia di scrivere, di vivere, di intessere relazioni umane. Non è il caldo, sono io. Ed è la precarietà, la mancanza di prospettive e la mancanza di alternative a quello che c’è. Quando sembra che si stiano aprendo delle strade, si fanno immediatamente dieci passi indietro; è diventata una specie di legge non scritta. Una buona notizia non dura più di ventiquattr’ore, e poi è di nuovo ansia, di nuovo arrovellarsi su come fare per resistere. E sono costretta a tenermi tutto dentro, perché ci sono altre priorità, cose più importanti, e smettila di essere sempre concentrata su te stessa, “esci da te”, non aiuti per niente. E mi vengono le bolle sulle mani, la gastrite. Mi autocensuro. Vorrei passare intere giornate a dormire. Poi penso che al risveglio sarebbe sempre lo stesso, tutto uguale se non peggio. E allora cerco di resistere nottate intere al computer, vado a dormire alle sei, alle sette, e nel frattempo penso, escogito, cerco di farmi venire delle idee, valuto e immancabilmente batto in ritirata, perché per le cose che vorrei fare non ho margini di movimento e di autonomia. Mi sveglio dopo tre o quattro ore di incubi e mi rimetto a fare le cose del giorno prima, facendole sempre peggio e con più malumore e meno speranza del giorno prima. Perché comincio a temere che niente di tutto quello che faccio abbia senso o serva a qualcosa – nemmeno il mio coraggio e la mia sopportazione –  finché le cose non cambiano alla radice.