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Archivio mensile:gennaio 2012

Premessa: in studio riceviamo quasi quotidianamente curricula di giovani e meno giovani che vorrebbero lavorare da noi. Arrivano da tutto il mondo, a volte con dei portfolii di tutto rispetto, a volte con delle cagate immani. Una ragazza dei dintorni di Nottingham, poco più che ventenne, ha insistito in maniera particolare per fare quest’esperienza all’estero prima della laurea. Ci ha veramente tempestato di e-mailz e richieste. Dopo una decina di giorni di prova la scorsa estate, si è incaponita a tornare ancora e ora si è insediata, con sua grande soddisfazione. A quanto pare, siamo ‘na cifra rinomati. O magari le è piaciuta l’atmosfera da comune bohémienne – che dall’esterno sembra bohémienne, ma noi sappiamo che si tratta di un tripudio generalizzato di esaurimenti nervosi e di un’amalgama particolarmente ben riuscito di varie psicopatologie. Dunque, dicevo che si è insediata. E questa cosa ci sta destabilizzando. Credevamo nell’apporto di energie nuove, nello scambio culturale. Criticavamo l’università italiana e le riforme neoliberiste per lo sfacelo che stanno producendo. Bene, adesso abbiamo una stagista. Dall’estero. Ha imparato ad usare un software difficilissimo per i modelli in 3D in una settimana: brava, bene, bis. Siamo contenti? Siamo contenti, ci siamo detti. Linfa vitale. Gioventù. Creatività. Idee. Confronto. Possiamo delegare un po’ di lavoro e vedere di portare a termine un po’ di cose in più.

E invece.

Nei punti elencati di seguito, troverete una mappa concettuale dell’universo culturale della stagista britannica che si è installata in studio nei giorni scorsi, e la cui presenza ci ciucceremo fino a giugno. Questo stupefacente conglomerato biondo-rossiccio, dotato di scucchia e nome da cartone animato (ehi, ma… vi sto mica dando indizi per individuarla tra i miei contatti? guarda un po’ che bastarda! ) doveva essere fonte di rinnovamento interno, portare un respiro internazionale, permetterci di confrontarci con i prodotti dell’università d’oltremanica.

Quello che accade in realtà è che stiamo assistendo sgomenti ad una serie di rivelazioni che non sappiamo spiegarci. Tipo:

– non si ricordava dell’esistenza del Tamigi. O forse non ha mai saputo che la capitale del suo paese natìo è attraversata da un fiume. Ha dovuto googolare un po’ e fare un paio di tentativi per azzeccare la pronuncia inglese;

– non sapeva cosa fosse Scotland Yard. Prima è apparsa fortemente disorientata, poi di fronte al logo che le è stato mostrato ha provato a concentrarsi, e visto che era dorato le è venuta in mente una cosa e ha chiesto: “Is it a boutique?”;

– pensavamo che la monarchia fosse un caposaldo radicato nell’animo di ogni inglese. Perfino i Sex Pistols in fondo la sentivano parte del proprio retroterra, nel bene e nel male, altrimenti non avrebbero rifatto God save the Queen. Lei ha ammesso di non conoscere i nomi dei membri della Casa Reale, anche se sapeva che da qualche parte c’era una regina ancora viva. Allora glieli abbiamo elencati noi. Arrivati a Filippo, lei si è illuminata e ha detto: “Oh yes, Pippa!”(Miss Middleton, I suppose – nda);

– Idem per Buckingham Palace: “what? I don’t know where it is.”

– non sapeva riconoscere il Big Ben dalla foto. Non sapeva proprio cosa fosse, il Big Ben.

– i celeberrimi double deckers (and if a double decker bus / crashes into us/ to die by your side / such a heavenly way to die): “oh sì, l’ho preso una volta.”

– non conosceva Brunelleschi. La prospettiva. E uno ci passa sopra, volendo. Un inglese, mediamente,  non vive male se non conosce il Rinascimento italiano. Ma lei ha studiato design industriale, sta per laurearsi in una materia che per molti versi porta a confrontarsi con l’architettura. Non puoi, porcodìo, non sapere chi è Brunelleschi, almeno per sentito dire. Ha fatto una cazzo di rivoluzione.

– acampadas? Occupy quarche cosa? Le rivolte studentesche a Londra? Gli scontri seguiti agli aumenti delle tasse universitarie? Cariche, arresti, delazioni, processi per direttissima? “I don’t know anything / I heard nothing about it”;

– Cinema. Mi ha chiesto se mi piaceva l’horror, la prima volta che è stata qui. Mi ha citato un paio di titoli di cassetta. Visto che mi ha dato il “la” a suo rischio e pericolo, si è beccata dieci minuti di spiegazione di Romero e Carpenter, giusto un bignamino. Non dimenticherò mai la vacuità nei suoi occhi ed il rumore di balle di fieno trascinate dal vento che ha seguìto le mie parole; alla fine di tutto ciò, senza nessun apparente nesso logico, mi ha chiesto se trovavo simpatico Steve Carell;

– musica. Di fronte ai nomi di un sacco di gruppi inglesi che hanno fatto la storia, non abbiamo ottenuto nessuna reazione. Stiamo ancora decidendo se chiederle o no se conosce i Beatles dopo che ci ha chiesto “What’s punk?”;

– le tre domande fondamentali che mi ha rivolto lei, nell’ordine: “Do you hang out on Saturday evening? Do you like to drink? Do you have a boyfriend?”

Insomma, ci aspettano mesi duri. Io sono contenta perché conto di far diventare questi interessanti scambi una rubrica fissa, e ciò potrebbe risollevarmi il morale permettendomi di non abbandonarmi alle mie solite tristi elucubrazioni. Ma sono anche abbastanza propensa a  denunciare i genitori per averla tenuta vent’anni incatenata in soffitta (ma è più probabile che sia stata inchiodata al divano a mangiare schifezze guardando One tree hill, come si evince da Facebook) e a scrivere una lettera di protesta formale al suo college per denunciare lo stato di abbandono in cui versa il sistema educativo inglese e se si rendono conto che non possono sguinzagliare in giro per il mondo gente con un bagaglio culturale che equivale ad un’arma impropria.

Ma la cosa più scioccante per me è pensare a come debba essere vivere così. Cosa si prova? Cosa si sente, e come si sente? Come si decodifica il mondo? Come ci si rapporta con gli altri esseri umani? E soprattutto: ne esistono altri/e come lei? Che ne so , i suoi amici sono così? Di cosa parlano? Vanno avanti tutto il giorno a Pippa Middleton e poi al  pascolo nei centri commerciali per poi geolocalizzarsi a vicenda su Facebook?

Non ho mai conosciuto nessuno così profondamente inconsapevole del mondo in cui vive. L’unico corrispettivo italiano che mi ha sconvolto così è quella studentessa di economia che a 23 anni era convinta che noi terrestri vivessimo non sulla superficie della crosta terrestre ma dentro il pianeta Terra, e che il cielo fosse quindi una specie di coperchio di barattolo che ci teneva chiusi dentro, protetti e al calduccio. Giuro, ho detto molte cazzate in vita mia ma questa è la pura verità.

Ho idea che mi aspettino dei mesi affascinanti. Se non avessi mollato l’università, ci farei la tesi. Se avessi una telecamera a portata di mano girerei un documentario. E non è detto che io non possa farlo.

Non so quanto possa riuscirmi becera la recensione di The White Diamond, la vedo dura. Credo che più che altro sarà di una banalità sconcertante. In Grizzly Man il personaggio si prestava facilmente all’ironia e financo (sottolineo il “financo”) al sarcasmo gratuito, se guardato senza empatia. Per una come me, che può essere stronza fino all’inverosimile, c’era da divertirsi molto.

Qui c’è poco da ridere: The White Diamond è la storia di un volo sulla foresta pluviale della Guyana. Il diamante bianco è un dirigibile, rinominato così dagli indigeni, sia per la forma ed il colore sia perché i diamanti estratti dalle miniere della Guyana sono un riferimento ormai incorporato. Il viaggio dovrà servire all’esplorazione della cima degli alberi per studiarne le proprietà medicinali, per sperimentare il dirigibile monoposto di Dorrington, e per chiudere i conti con il suo passato (un incidente di volo in cui ha perso la vita il regista Dieter Plage e di cui Dorrington continua a ritenersi responsabile). Dorrington, professore londinese di ingengeria, aspirante Icaro dei dirigibili, è un archetipo, e racchiude in sé tutte le caratteristiche che lo rendono tale, dall’entusiasmo fanciullesco (lo stesso che da ragazzino gli ha fatto perdere due dita della mano sinistra) al peso immane della colpa, dalla voglia di leggerezza all’inevitabile legame con il passato che lo tiene ancorato a terra, dal sogno allo scontro con un’antieroica realtà. Ha un suo gran bel perché, insomma, e si vede che Herzog lo vede come una sorta di Fitzcarraldo, in qualche modo.

Poi ci sono: le cascate enormi dietro le quali vanno a riposare i rondoni, luoghi segreti ed inviolabili della cultura indigena, rospi, fogliame, pioggia, stormi di rondoni, riprese a volo d’uccello sulla foresta, un tappeto sonora di canti a tenore, di quelli che ho studiato mille anni fa per l’esame di etnomusicologia, un tizio che fa moonwalking sul ciglio delle cascate:

L’altro protagonista – enorme – è Mark Anthony, portatore di cultura indigena e saggezza ancestrale,  conoscitore di erbe medicinali e guaritore, rimasto solo dopo l’emigrazione della famiglia in Europa, uomo capace di scorgere la bellezza del mondo anche soli guardandolo in una goccia d’acqua (ma mica te lo viene a dire, anzi si limita a sorridere a mezza bocca ed a lasciare sospesa ogni domanda. Evidentemente per lui è una cosa scontata che sia possibile scorgere l’universo in una goccia d’acqua, siamo noi che abbiamo bisogno di orpelli e cose cerebrali).

La scena che mi ha fatto scendere la lacrimuccia:

Ogni scena in cui Mark Anthony compare illumina il film e conferisce un senso anti-etnocentrico all’intero impianto del documentario: dalla prima volta in cui lo si vede seduto a guardare il Diamante Bianco, fino al tanto agognato volo in dirigibile (ho fremuto per tutto il tempo nel timore che non glielo lasciassero fare).

Mark Anthony appare ed immediatamente con lui appare anche l’eterno confronto tra sapere “scientifico” occidentale, razionale – e spesso incapace di fornire risposte – ed una modalità onnicomprensiva di relazione con il mondo. Un uomo come lui “sta al mondo” nel senso più ampio del termine, perché i suoi punti di riferimento culturali gli permettono di dare un senso pieno ed umanistico” agli eventi. Mentre in più di un caso Dorrington si lascia sopraffare dalle emozioni e fa fatica a gestirle, lui rimane saggio e serafico, e solo guardarlo infonde una tranquillità straordinaria.

Ed Herzog che fa in questo film? Filma la natura, cosa che gli viene benissimo. Racconta quasi in maniera sommessa. Anticipa un po’ gli eventi per creare le giuste aspettative (tutte soddisfatte) e si limita ad accennare agli stati d’animo di Dorrington, che se la cava benissimo da solo davanti alla camera. Herzog compare una volta, nella scena in cui discute con un preoccupato Dorrington sullo sfruttare ogni singola opportunità per fare le riprese senza prima testare la sicurezza del dirigibile.

La trinità della stupidità secondo Herzog:

Nel frattempo io muoio d’invidia per l’occhio etnografico di Herzog (per me resta memorabile la scena in cui Dorrington, sdraiato sul ciglio della cascata con Mark Anthony affronta il tema della percezione – in due minuti un trattato di antropologia), per il modo in cui riesce a sezionare e portare alla luce gli stati d’animo delle persone che inquadra, per il suo amore per i rospi che si nascondono nei tronchi degli alberi e le verze tropicali, per come ha filmato le cascate ed il volo dei rondoni e – ça va sans dire – perché ha conosciuto anche Red, il gallo ribelle e spodestatore di Mark Anthony, così figo che lo metto in chiusura:

Sto in quella terra di mezzo che sono le 5:56 del mattino, quando è tardi per andare a letto, presto per alzarsi, hai contato il numero degli sciacquoni tirati e dei bidet fatti di tutto il condominio e ti senti in colpa per essere al pc perché senti i pendolari che cominciano ad alzarsi, ed ogni tapparella tirata su, ogni imposta sbattuta, ogni serranda di garage aperta sembrano dirti “va’ a lavurà, barbùn”. Quando sono insonne, invece di contare le pecore, mi ripeto in testa i capitoli del Fabietti, testo fondamentale dei miei anni universitari. Si parte da Montaigne, poi c’è la letteratura di viaggio e missionaria, le spedizioni napoleoniche e le survey coloniali. Se mi va di lusso, arrivata a Morgan e ai sistemi di parentela – famiglia consanguinea, punalua, sindiasmiana, patriarcale, monogamica, e cugino incrociato matrilaterale con scappellamento a destra – m’abbiocco con la bavetta sul mento. Più spesso, son costretta a farmi tutto l’excursus fino a Durkheim e al metodo ipotetico deduttivo. Raramente, in periodi di apnea emotiva, ho dovuto ricorrere a Malinowski e agli Argonauti del Pacifico Occidentale. Anche perché prima di lui è tutta roba che fa piangere dalla noia. Se un giorno dovessi spingermi tanto in là da arrivare a Croce che disconosce l’intervento delle masse nella storia, vorrebbe dire che sto male, che sono depressa e disperata, e allora accoppatemi tout de suite – vi sto autorizzando io – e portate questo post come prova quando vorranno indagarvi per omicidio.

Stanotte invece niente di tutto ciò. NIente ripassi. Niente “oddio, hai visto? ti sei dimenticata tutto, hai perso i punti di riferimento, sei diventata un  vombato“. Ero troppo ansiosa anche per stare solo sotto le coperte. Mi sono anche misurata la pressione, da brava psikosomatica, perché mi sentivo una ‘nticchia angosciata: 140/70. Io di solito sto sui 110 di massima.  Quindi, m’attacco, mi sono detta. Ma con eleganza. Stanotte è andata, di dormire non se ne parla più. Mi butto un paio d’ore sul divano, vestita, cercando di non farmi sopraffare dall’angoscia del lunedì e dell’inizio della settimana (tutti che fanno, tutti che pianificano, tutti che sanno dove andare e cosa fare) e mi metto a fare piani per me stessa e per il futuro, perdio. Sfrutto un paio d’ore di solitudine per pensare solo a  me.

Non esistono verità oggettive sulla vita, ed io ho smesso da tempo di credere che sia rintracciabile qualcosa che somigli ad un significato universale. Io sono una materialista, ed una relativista. Credo che siamo legati al qui ed ora, a questo tempo e a questo spazio, e solo qualche volta abbiamo la percezione dell’eternità, della finitezza e dell’infinito. Sono cinica. Considero molte cose umane una schiavitù, una perdita di tempo e per di più frutto di un insopportabile antropocentrismo. Ma a volte ci troviamo davanti a qualcosa che fa vibrare delle corde ancestrali, che ci riconnette alla profondità delle cose vissute, ai millenni passati, a secoli di comportamenti acquisiti e tramandati, a strutture che si sono inscritte nel corpo ed impresse nei neuroni. Le facce sono un ottimo veicolo per calarsi in un viaggio del genere. Almeno, per me funzionano più di qualunque paesaggio, tramonto, filo d’erba, insetto, montagna, corso d’acqua. L’infinito lo vedo nei volti delle persone, la storia dell’umanità nelle loro mani, nelle pieghe dei corpi, nei segni dell’età, che sono i segni delle ère che passano e lasciano stratificazioni che si aggiungono al flusso dell’evoluzione.

Le foto di Tom Stone mi hanno fatto questo effetto. Read More