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agitata-a

(Sembra che se lascio trascorrere un tot di tempo senza pubblicare nulla, WordPress, in gran simpatia, mi piazzi le pubblicità sotto i testi. Bene, son contenta. Ora sono costretta a sentire una specie di obbligo morale dell’aggiornamento, cosa che potrebbe indurmi a sbracare l’intero blog. Nel dubbio, preferisco scrivere qualcosa.)

Dopo questo post sono precipitata in una sorta di buco nero dell’esistenza umana che mi ha risucchiata e mi ha dato la percezione che è vero che ci sono più cose in cielo e in terra di quante non ne sogni la nostra filosofia, e che la specie di questo pianeta è irrimediabilmente destinata a non essere mai felice di qualcosa per più di cinque minuti di fila senza provare contemporaneamente l’impulso dell’autodistruzione e della tentazione di rendersi insopportabile col prossimo, e quindi servono come il pane delle figure di supporto e sostegno, rigorosamente anonime e senza volto a cui si possano inviare dieci e-mail nell’arco di dodici ore per chiedere “ma lui ha letto il mio sms? e come ha reagito?” oppure alle quali chiedere all’una di notte “oh, ma io ti ho scritto, perché ancora non mi hai risposto?” (nda: una delle idee che avevo all’inizio era di riportare in un’apposita rubrica i dialoghi e gli scambi epistolari più surreali del settore, tanto per dare un’idea dell’aplomb che bisogna avere). Comunque, tentiamo un bilancio incompleto e parziale – dato che in ogni caso ne sto parlando: in questi mesi ho dato retta alla ragazza meridionale ben maritata che sogna fughe d’amore e torridi incontri col ruvido pasticcere trotskysta, dato supporto morale e legale alla quarantenne in crisi che trova finalmente il coraggio di chiedere la separazione dal marito – un po’ padre, un po’ figlio, un po’ tonto – e andare a fare finalmente all’ammore con un romanaccio verace, raccolto le confidenze della casalinga di Voghera disperatamente innamorata di quello che non se la fila più dopo averle dato l’amicizia su Fb (che tempi…). Ho cercato di trovare il bandolo della matassa della vita dell’estetista di provincia persa a Milano, finita nei giri degli aperitivi metropolitani e in preda ad una vera e propria compulsione da chat erotiche, che nel giro di un mese abortisce, prende un paio di pillole del giorno dopo e nonostante tutto rimane convinta che così facendo troverà qualcuno che le voglia bene davvero. Ho sperato insieme alla madre single che le ore di lavoro a termine aumentassero, e ho convinto una ragazza a lasciare uno che la insultava perché una volta si era beccata una candida e “chissà che cosa hai combinato per prendertela”, e la insultava di più quando lei piangeva per il dolore durante il sesso (non consenziente). Sono entrata nelle dinamiche di due o tre triangoli omosessuali complicatissimi in cui c’era alternativamente da ridere e piangere, ho stuzzicato omofobi dichiarati/gay latenti, placato amanti e fidanzati ansiosi e ansiogeni (mettevano ansia a me, ché già ce l’ho di mio), distrutto idealizzazioni pericolose, assistito alla nascita di due o tre coppie, analizzato compatibilità lavorative, dato qualche consulenza in fase di start up aziendale, azzeccato l’esito di una decina di colloqui di lavoro. Tutto questo accadeva mentre nel frattempo cercavo IO  (causa crisi forse irrecuperabile di quello che avrebbe dovuto, in tempi remoti, diventare il mio lavoro più o meno ufficilae) di sostenere uno straccio di colloquio e facevo (faccio tuttora) una miriade di micro-lavori che nelle community yeah della rete si chiamano microjobs e che io chiamo affettuosamente ditonelculo: dieci, quindici, venti, venticinque  dollari al massimo (perché la valuta delle transazioni in questi settori è rigorosamente yankee) per una traduzione, un comunicato stampa, un editing, una revisione anti-plagio, un ghost-writing, bypassando allegramente l’etica e la legislazione sul lavoro di tre quarti del pianeta in una botta sola. I miei servigi sono stati venduti a privati ed aziende dislocate in Nuova Zelanda, Indonesia, Francia, Stati Uniti, Norvegia e Svezia, e lo svilimento della qualità e della cultura è uguale dappertutto, non fatevi illusioni, che si tratti delle socialdemocrazie europee o delle punte di diamante del liberismo “fight for survival”. Non c’è scampo, compagne e compagni, facciamo dietro-front in buon ordine e proviamo a capire dove come e quando abbiamo mandato tutto in vacca perdendoci dietro ai sillogismi moltitudinari, alla militanza network-ara e abbiamo affidato le parole d’ordine agli hashtags.

Poi che altro, da quando ho scritto l’ultima volta? ho ridotto drasticamente le ore di sonno, il numero di film visti, di pasti cucinati decentemente, di interazioni sociali virtuali (quelle reali già erano carenti da un pezzo), mi è venuta una psoriasi da stress che mi ha dato il “la” per cominciare a mettere in discussione l’impianto della mia vita degli ultimi quattro anni e aprire un fronte di crisi che non immaginavo di poter gestire (e infatti lo sto gestendo abbastanza male, come da copione inanellando uno sfondone dietro l’altro, ma dateme tempo ché posso ancora peggiorare). In un paio di occasioni ho pure ricominciato a provare una serie di sentimenti troppo imbarazzanti per poterne parlare col consueto cinismo o per desiderare di esporli al vostro ludibrio di lettori. Ed il resto continua ad essere di un’incertezza straniante. So solo che ci sono cose che non voglio più avere, altre che rivorrei indietro per sentirmi di nuovo me stessa e cose nuove che voglio assolutamente, prestissimo, subito. E queste sono le cose per cui mi sto facendo il proverbiale mazzo. Au revoir.

In attesa dell’apocalisse zombie (perché io coi maya non voglio avere niente a che fare) che mi colpirà in treno verso la Terronia. I raccolti di Farmville marciranno e le notifiche si accumuleranno, mi perderò sterili e pretestuose polemiche, gare di insulti e paraculismo e altre cose belle ma oh!, vado a rimettere su un paio di chili da mammà. Prima però, tanti auguri blasfemi a chiunque abbia la pazienza, la tenacia psichica e il pelo sullo stomaco per leggersi i miei delìri, sopportare la mia ipocondria, gli sbalzi d’umore, l’instabilità e l’inaffidabilità che contraddistinguono i miei spazi virtuali (pure quelli reali non scherzano, ma di questo potete avere solo un’idea molto più vaga).

la bestemmia definitiva

E insomma ho fatto questo sogno in cui ero seduta ad un banco e dovevo sostenere quest’esame per vedere qual era il mio grado di femminismo ed in che misura l’avevo applicato nella mia vita, se ero una femminista coerente e meritevole di essere definita tale. Io sudavo freddo e mi sentivo in colpa perché ripercorrevo la mia vita e vedevo tutti i buchi, le toppe, i proclami senza seguito, le rivendicazioni a parole e l’incapacità – seguita da frustrazione – di aderire nella pratica a tutti i miei convincimenti, pensavo a cose tipo autonomia, autodeterminazione, dignità nella libertà, indipendenza, responsabilità, desideri, e pensavo ma io questo test non lo passerò mai, e dovrò solo andare a rinchiudermi e non farmi più vedere in giro, non scrivere più manco mezza parola e tacere per sempre, perché sono stata una parolaia, una che ha predicato bene e razzolato male, all’ombra di tutti i miei alibi e le mie deleghe – dolorose, ma sempre deleghe – e la mia vigliaccheria e poracciaggine. Senonché, mentre in un millesimo di secondo facevo tutte queste considerazioni, succedeva che tentavo di aprire la busta che conteneva il foglio con le domande, ma la busta non voleva saperne di aprirsi, riuscivo a scollare i bordi al centro ma gli angoli rimanevano pervicacemente appiccicati tra loro, e io mi sforzavo di tirare fuori il foglio d’esame, ma niente, riuscivo a tirarlo fuori sì e no per un paio di centimetri, e intanto il tempo passava (nessuno mi aveva assegnato un tempo, ma io sapevo che c’era) e io lottavo con la busta di carta, sempre più frustrata e in fondo un pochino sollevata, perché pensavo: se non riesco a tirar fuori quest’affare dalla busta, non dovrò rispondere alle domande e nessuno saprà mai che razza di merda io sia. Però continuavo lo stesso nei miei tentativi, perché in fondo mi dispiaceva non provarci nemmeno e covavo la speranza segreta che forse, dopo aver letto le mie risposte, mi avrebbero convocata per chiedermi di spiegarmi meglio, per raccontare perché le cose mi erano andate così male, perché mi ero ridotta da piccola giaguara dell’antagonismo tiberino a randagia in gabbia, per di più volontariamente e dando seguito a ragionamenti difensivi che all’epoca m’erano sembrati lucidissimi e che mi sembrava rappresentassero la salvezza. Volevo raccontare la mia versione, parlare delle cose che mi avevano fatto paura e di tutto quello a cui avevo acconsentito negli anni solo per sentirmi un pochino più al sicuro. Volevo parlare dell’invisibilità, della precarietà, del non sapere, dell’oggi qui domani pure o forse non lo so, dipende da quanto male sto. Volevo spiegare perché il delorazepam nell’armadietto, volevo spiegare che era per sentire la colpa ancora più forte, perché niente ti accusa così spietatamente come una boccetta di vetro scuro e niente rispecchia meglio il tuo fallimento. Poi mi sono svegliata, senza aver fatto l’esame, piena di rimpianto e ancora sbigottita per non esserci riuscita, e non sapevo se essere contenta che si fosse trattato solo di un sogno o di rammaricarmi per aver perso l’occasione di prendere finalmente la parola, e intanto avevo un dolore terribile alle vertebre lombari, come se un cinghialotto ci fosse stato seduto sopra durante la notte, il braccio destro addormentato (le braccia mi si addormentano e le mani mi fanno male alternativamente due-tre volte ogni notte) e il dolore cronico in c7-c8 (un punto del cazzo, si rischia l’ernia cervicale) che mi porto dietro da dodici anni ormai, e che ancora aspetta una risonanza che non riesco a pagarmi, per vedere se c’è lo schiacciamento del midollo tra le vertebre. Il mio farmacista dice sì, lo diceva anche la mia fisiatra da cui non vado più, santa donna. Lo penso anch’io ma che devo fare? “Sei pallida” mi hanno detto appena alzata, “Vero” ha fatto eco qualcuno, e allora mi sono fatta un caffé alzando le spalle, ho fumato la prima sigaretta della giornata e ho continuato a far finta di niente. Tanto l’esame non l’avrei passato.

Stasera ho risentito dopo anni l’odore di mia nonna.

Lo scirocco che soffia stanotte, e che non sentivo così forte e paralizzante da anni, mi ha riportato il suo odore.

Un odore antico, di legna umida e di vestiti scuri scaldati dal fuoco. Mi ha colpito all’improvviso.

Sul momento non ho realizzato che era semplicemente scirocco. Ho pensato che era arrivato il momento tanto temuto della dementia precox, saltando a pié pari l’ipotesi di un miracolo, ché non mi si confà. Ho realizzato all’improvviso, nell’attimo in cui questa madeleine atmosferica mi ha invaso le narici ed il cervello, che mia nonna odorava di vento. Sapeva di vento. Alla sensazione olfattiva si è unito immediatamente il ricordo visivo. L’odore – e la visione – della sua lunga treccia bianca, da cui ero affascinata e che non ho mai avuto il coraggio di toccare per paura di rovinarla. Qunado mia nonna si scioglieva i capelli, rifaceva la treccia e l’avvolgeva stretta su se stessa dietro la nuca sembrava una bambina. Mi facevano tenerezza i suoi gesti goffi, le mani nodose, l’espressione concentrata e un po’ leziosa. Poi si copriva la testa col fazzoletto nero – donna del Sud, arcaica e dura ed imperscrutabile, ferma ed inamovibile come le pietre del suo paesino milenario – e ritornava ad essere la nonna arcigna e taciturna di sempre.

Mia nonna stava ferma vicino al fuoco o seduta al tavolo, oppure camminava, camminava veloce attraversando in lungo e in largo tutto il paese. Altre attività, non gliele ho mai viste fare. La vedevo poco, e con gli anni l’ho vista sempre più di rado, complici anche le colossali litigate interne al clan. Quindi io me la ricordo in queste due sole versioni: quella statica e quella dinamica. Non mi ricordo discorsi, giochi, raccomandazioni, sgridate, ricette. Parlava pochissimo. Ed era assolutamente incapace di avere a che fare con i nipoti. Le mettevi un bambino in braccio e lei stava lì ferma senza sapere cosa farci, lo guardava e lo riguardava e rideva tra sé e sé ricordando chissà cosa. Una bambina, neanche tanto intelligente, con la sua bambola.

Pare sia stata – a detta della mia – una pessima madre, tanto prolifica quanto assente e disinteressata, insensibile alla sorte della nidiata di ragazzini e ragazzine che aveva messo al mondo in collaborazione con il mio nonno scapestrato e ribelle. Una coppia che per me è stata sempre un mistero ma che in qualche modo mi sembrava unita, al di là della sua strana distanza e freddezza, da qualcosa di ben più potente ed intangibile, qualcosa che avevano conosciuto solo loro. Poi magari mi sbaglio e sto romanzando; magari erano semplicemente fatti l’uno per l’altra perché entrambi superficiali ed irresponsabili, e troppo pigri e disinformati, negli anni ’50, sulla contraccezione. Però avevano un che di bohèmien nel loro disinteresse ostentato ed egoista per tutto ciò che riguardava la famiglia, il lavoro ed i figli, e nel modo con cui convivevano con la povertà come se fosse un dato naturale e di poco conto. L’atmosfera scombinata che trovavo da loro la preferivo di gran lunga a quella stolida e stagnante dell’altro ramo della famiglia. Una noia mortale, lì. Non succedeva mai niente.

A casa di mia nonna invece, un grande appartamento di un caseggiato di edilizia popolare di fine anni ’70, c’era un gran disordine, sia materiale che mentale. Un corridoio lunghissimo disseminato di porte che si aprivano su stanze stracolme che ospitavano una collezione di esaurimenti nervosi, depressioni endogene ed esogene e deficit caratteriali così variamente assortiti ed intergenerazionali che non potevano di certo annoiare una ragazzina ipersensibile e ricettiva come me. La casa mi sembrava enorme, a me piccolina, e sapevo che in ogni stanza avrei trovato uno zio o una zia con una nevrosi diversa ed una manìa differente (per dire, ho avuto uno zio che per anni ha tentato di essere il sosia di Stallone e si è comportato di conseguenza.) Uno spasso. Un’immersione nell’umanità (e disumanità) di un sottoproletariato dei primi anni ’80 che da sola avrebbe zittito qualunque etnografo meridionalista. Sarebbe stato un paradiso scientifico sia per De Martino che per Basaglia.

Mia nonna l’ho vista l’ultima volta qualche anno fa, già consumata dall’Alzheimer. Pesavamo uguale, quarantatré chili. Lei perchè non riusciva più a mangiare, io perché ero sfinita dall’assistenza a mio padre malato. Siamo state per un paio d’ore sedute vicine, quasi senza parlare, lei avvolta in una coperta, io con la schiena appoggiata ad un calorifero tentando di far decelerare i miei pensieri per qualche ora. Fuori, la neve. E poi dal nulla lei se n’é uscita dicendo qualcosa. Tre parole. Che significavano esattamente quello che il loro senso letterale significava, ma volevano dire anche altro, e che mi hanno fatto un male cane. Significavano che io non mi appartenevo, che non c’ero per me stessa, che non ero mia, e che non avevo fatto nulla per porre rimedio. Che non ero nulla nemmeno rispetto a tutti gli altri. Che ero irrimediabilmente indietro, in ritardo, fuori dai giochi. Mi ha detto quello che si dice ad una persona che non ce la fa, non per schernirla ma per mera constatazione. Un puro dato di fatto, un’informazione razionale. Una vecchia annichilita dalla demenza che in tre parole  – dette perfino in modo dolce – scolpisce nel cervello di una nipote non ancora trentenne una verità cruda, enorme ed inconfutabile, ed infligge un dolore misto a stupore ed impotenza. Quanto l’ho amata per quelle parole. Credo di aver sentito una cosa che sento raramente, un barlume di senso di appartenenza, di radicamento. Come se lei mi avesse seguita e conosciuta di nascosto. Come se io avessi riconosciuto il mio albero, o avessi tra le mani un pezzetto finalmente tangibile di qualcosa di vagamente simile ad un’identità.

Per chiuderla qui, mia nonna non è ancora morta. Non so cosa l’Alzheimer stia facendo di lei, a che punto sia lo scempio. Non so nemmeno se mi riconoscerebbe. Ma sono sicura che se lo facesse, mi inchioderebbe di nuovo come quel giorno, non lasciandomi più nessuna via di fuga dalla presa di coscienza.

Cerco di non vedere la palese schizofrenia dello stare su LinkedIn per cercare clienti per lo studio e contemporaneamente cercare di leggere “Foucault in Cyberspace” (riuscendoci male) e aggiornarmi su quello che accade a Madrid e Atene. L’immaterialità e precarietà/labilità dei rapporti umani mi sta facendo ammalare; io vorrei solo avere lo stesso nome per tutti quanti voi e guardarvi tutti in faccia. Però non si può.