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l’angolo della stagista

Il disagio è una povera stagista muta inerpicata su tacco 12, con pantaloni in simil-pelle nera e testa immobile a non turbare l’equilibrio di onde sapientemente costruite. Un’immagine violenta e quasi patetica che ha fatto il suo ingresso circospetto e caracollante in studio solo ieri, dopo un colloquio condotto dal suo fidanzato più da che da lei stessa. Stando così le cose, non credo proprio che questa avrà la resa satirica di quella che l’ha preceduta. Quella era una giovincella dai tratti ancora infantili, una fanciulla albionica a caccia di romanzetti, non ancora disillusa e toccata dalle inculate maestose della vita. Qui il caso mi sembra diverso. C’è più amarezza e più noe-realismo del ventunesimo secolo, più provincia pontina maledetta ed ambizioni che fra dieci anni si tramuteranno in un marito panzone ed un mutuo altrettanto pesante, come pure i ragazzini che t’accollerai non per amore ma perché lui avrà insistito per averti a casa dopo anni di precariato (e tu crederai pure che sarà stato per il tuo bene).

Io invece parlo, parlo, ma intanto sto sulla buona strada per diventare la gattara pazza dei Simpson (che è un’autoprofezia che mi sono già fatta qualche anno fa, se non la sto cambiando è perché evidentemente i presupposti permangono – e si rafforzano).

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Lo stage della stagista si è concluso, grazie ad un’entità oscura ma benevola. Per la cena d’addio non mi è passato neppure per l’anticamera del cervello di “fare” davvero qualcosa in cui ci fosse parte di me, come è mia abitudine, e con la scusa del caldo neanche mi sono sprecata: arista già pronta da cuocere, zucchine ripiene, una macedonia e una Viennetta, ossia una cosa che mai metteresti davanti a qualcuno di cui ti importi lontanamente qualcosa. E via, pedalare. Non sono stronza, ma sei mesi passati ad interfacciarsi con Hello Kitty – e a tenere conversazioni di pari livello –  alla lunga possono anche stancare.

 

update delle 21:34

è un incubo.

– Sindrome premestruale quasi al capolinea, somatizzazione a mille, sogni confusi in cui mangio limoni misti a sabbia di mare, aspettative sopìte che tornano a galla, in virtù di retropensieri che non sto ad elencare, attimi di euforia irrazionale in cui rido da sola, seguiti da momenti di cupo abbattimento;

– tal Daniele Berti del Movimento 5 Stronzi nonché sindaco di Legnano dice che i Rom non si integrano per un fatto di DNA. Onde per cui la proposta civile e moderata che porta è quella dello sgombero ad oltranza. Io dico che se nel 2012 pretendi ancora di avanzare spiegazioni biologiche per spiegare relazioni di potere che affondano in millenni di storia e di politica non hai alcuna speranza di riscatto intellettuale, onde per cui ti auguro che una famiglia Rom ti squatti casa e ci si stabilisca e poi ti faccia ciao ciao dalla finestra e ti dica “coglione, hai visto il DNA?”;

– fa freddo, e credo che ancora nessuno ne abbia parlato. Elenco dei must di stagione: catarro, catarro, e ancora catarro. Me lo porto dietro da dicembre. Smettere di fumare sarebbe un’opzione (non presa seriamente in considerazione: poi dopo mangiato e dopo il caffé che faccio? E mentre sto su facebook?);

– un Kanellos in miniatura che scagazza ovunque perché co’ sto freddo non ce la fa a fare le passeggiate mattutine in giardino. Poi, nell’ordine: morde i piedi e il cavo delle cuffie, si addormenta sui miei stivali, piange se viene lasciato solo, abbaia come un pit bull, mangia come un dobermann e di notte abbaia all’improvviso senza ragione apparente lasciandoci a chiederci se per caso non stia presentendo The Big One, che dicono che i cani quelle cose lì son capaci di sentirle (sì, siamo persone senza ansia);

– il fronte stagista: poche novità ma inquietanti. Il tizio e la tizia presso cui è andata ad abitare sono fasci e mi danno un’idea di grigiore umano che lèvati; la tizia in particolare, è stata presa da un attacco di mammite e se la spupazza e la coccola a modo suo, portandosela in giro per i peggio locali al venerdì sera e regalandole abiti di dubbio gusto. Tipo sciarpone, cappelloni, stivaloni alti al ginocchio che la stagista indossa diligentemente tutto in una volta, senza discernere e senza intuire che “less is more”. Ma è tutta contenta, è convinta che così “look more italian”, e pubblica le foto su fb e la sua famiglia è tutta un pàlpito di speranza e ammirazione per questa figlietta lontana da casa che si sta irrimediabilmente cialtronizzando. Io le vorrei dire che tutto ciò è solo l’inizio di un pericoloso processo di velinizzazione che bisogna fermare perché potrebbe essere irreversibile e potrebbe mischiarsi con la notoria mancanza di gusto inglese in materia di abbigliamento femminile, però per queste cose servono delle basi che io non posso darle nonostante la mia buona volontà.  E poi chi sono io per spiegare certe cose ad una che non sa neanche che il premier del suo paese è Cameron (giuro)? Così sorrido e annuisco, e lascio che racconti dettagli insignificanti. Non che lei non si sforzi, per carità. L’altro giorno ha tentato di avere una conversazione culturale. Mi ha chiesto se avevo visto una cosa che si chiamava tipo “La Maison d’Or” (sulle prime ho pensato alla Maison Derrière). Ho risposto: “No, cos’è?” E lei: “Aehm…theatre!” (ma senza una particolare sicurezza). Io: “Ah. chi è l’autore?” Lei: “I don’t know…It’s been four years ago”, con un’espressione che era tipo: oh, t’ho già detto il titolo, mo’ t’arrangi da sola. Ho cercato in rete, ma sotto Maison d’Or mi escono solo gioiellerie ed agenzie immobiliari. Ho pensato che forse era La Maison d’O, un sequel o una rilettura de L’Histoire d’O – cavolo, sarebbe sperimentale ‘na cifra – ma invece niente. Forse era uno spettacolo della filodrammatica della parrocchia di su’nonna, boh (ah, per la cronaca, l’ascendenza della stagista è cattolica, non protestante);

– in chiusura, un esempio che mostra che spazi di anarchia ed autogestione sono realizzabili e praticabili: è sufficiente non avere paura di occupare, di organizzarsi e di assumersi le responsabilità individualmente e collettivamente. Potremmo stare tutti meglio, ma capisco che è una prospettiva che può spaventare.

Premessa: in studio riceviamo quasi quotidianamente curricula di giovani e meno giovani che vorrebbero lavorare da noi. Arrivano da tutto il mondo, a volte con dei portfolii di tutto rispetto, a volte con delle cagate immani. Una ragazza dei dintorni di Nottingham, poco più che ventenne, ha insistito in maniera particolare per fare quest’esperienza all’estero prima della laurea. Ci ha veramente tempestato di e-mailz e richieste. Dopo una decina di giorni di prova la scorsa estate, si è incaponita a tornare ancora e ora si è insediata, con sua grande soddisfazione. A quanto pare, siamo ‘na cifra rinomati. O magari le è piaciuta l’atmosfera da comune bohémienne – che dall’esterno sembra bohémienne, ma noi sappiamo che si tratta di un tripudio generalizzato di esaurimenti nervosi e di un’amalgama particolarmente ben riuscito di varie psicopatologie. Dunque, dicevo che si è insediata. E questa cosa ci sta destabilizzando. Credevamo nell’apporto di energie nuove, nello scambio culturale. Criticavamo l’università italiana e le riforme neoliberiste per lo sfacelo che stanno producendo. Bene, adesso abbiamo una stagista. Dall’estero. Ha imparato ad usare un software difficilissimo per i modelli in 3D in una settimana: brava, bene, bis. Siamo contenti? Siamo contenti, ci siamo detti. Linfa vitale. Gioventù. Creatività. Idee. Confronto. Possiamo delegare un po’ di lavoro e vedere di portare a termine un po’ di cose in più.

E invece.

Nei punti elencati di seguito, troverete una mappa concettuale dell’universo culturale della stagista britannica che si è installata in studio nei giorni scorsi, e la cui presenza ci ciucceremo fino a giugno. Questo stupefacente conglomerato biondo-rossiccio, dotato di scucchia e nome da cartone animato (ehi, ma… vi sto mica dando indizi per individuarla tra i miei contatti? guarda un po’ che bastarda! ) doveva essere fonte di rinnovamento interno, portare un respiro internazionale, permetterci di confrontarci con i prodotti dell’università d’oltremanica.

Quello che accade in realtà è che stiamo assistendo sgomenti ad una serie di rivelazioni che non sappiamo spiegarci. Tipo:

– non si ricordava dell’esistenza del Tamigi. O forse non ha mai saputo che la capitale del suo paese natìo è attraversata da un fiume. Ha dovuto googolare un po’ e fare un paio di tentativi per azzeccare la pronuncia inglese;

– non sapeva cosa fosse Scotland Yard. Prima è apparsa fortemente disorientata, poi di fronte al logo che le è stato mostrato ha provato a concentrarsi, e visto che era dorato le è venuta in mente una cosa e ha chiesto: “Is it a boutique?”;

– pensavamo che la monarchia fosse un caposaldo radicato nell’animo di ogni inglese. Perfino i Sex Pistols in fondo la sentivano parte del proprio retroterra, nel bene e nel male, altrimenti non avrebbero rifatto God save the Queen. Lei ha ammesso di non conoscere i nomi dei membri della Casa Reale, anche se sapeva che da qualche parte c’era una regina ancora viva. Allora glieli abbiamo elencati noi. Arrivati a Filippo, lei si è illuminata e ha detto: “Oh yes, Pippa!”(Miss Middleton, I suppose – nda);

– Idem per Buckingham Palace: “what? I don’t know where it is.”

– non sapeva riconoscere il Big Ben dalla foto. Non sapeva proprio cosa fosse, il Big Ben.

– i celeberrimi double deckers (and if a double decker bus / crashes into us/ to die by your side / such a heavenly way to die): “oh sì, l’ho preso una volta.”

– non conosceva Brunelleschi. La prospettiva. E uno ci passa sopra, volendo. Un inglese, mediamente,  non vive male se non conosce il Rinascimento italiano. Ma lei ha studiato design industriale, sta per laurearsi in una materia che per molti versi porta a confrontarsi con l’architettura. Non puoi, porcodìo, non sapere chi è Brunelleschi, almeno per sentito dire. Ha fatto una cazzo di rivoluzione.

– acampadas? Occupy quarche cosa? Le rivolte studentesche a Londra? Gli scontri seguiti agli aumenti delle tasse universitarie? Cariche, arresti, delazioni, processi per direttissima? “I don’t know anything / I heard nothing about it”;

– Cinema. Mi ha chiesto se mi piaceva l’horror, la prima volta che è stata qui. Mi ha citato un paio di titoli di cassetta. Visto che mi ha dato il “la” a suo rischio e pericolo, si è beccata dieci minuti di spiegazione di Romero e Carpenter, giusto un bignamino. Non dimenticherò mai la vacuità nei suoi occhi ed il rumore di balle di fieno trascinate dal vento che ha seguìto le mie parole; alla fine di tutto ciò, senza nessun apparente nesso logico, mi ha chiesto se trovavo simpatico Steve Carell;

– musica. Di fronte ai nomi di un sacco di gruppi inglesi che hanno fatto la storia, non abbiamo ottenuto nessuna reazione. Stiamo ancora decidendo se chiederle o no se conosce i Beatles dopo che ci ha chiesto “What’s punk?”;

– le tre domande fondamentali che mi ha rivolto lei, nell’ordine: “Do you hang out on Saturday evening? Do you like to drink? Do you have a boyfriend?”

Insomma, ci aspettano mesi duri. Io sono contenta perché conto di far diventare questi interessanti scambi una rubrica fissa, e ciò potrebbe risollevarmi il morale permettendomi di non abbandonarmi alle mie solite tristi elucubrazioni. Ma sono anche abbastanza propensa a  denunciare i genitori per averla tenuta vent’anni incatenata in soffitta (ma è più probabile che sia stata inchiodata al divano a mangiare schifezze guardando One tree hill, come si evince da Facebook) e a scrivere una lettera di protesta formale al suo college per denunciare lo stato di abbandono in cui versa il sistema educativo inglese e se si rendono conto che non possono sguinzagliare in giro per il mondo gente con un bagaglio culturale che equivale ad un’arma impropria.

Ma la cosa più scioccante per me è pensare a come debba essere vivere così. Cosa si prova? Cosa si sente, e come si sente? Come si decodifica il mondo? Come ci si rapporta con gli altri esseri umani? E soprattutto: ne esistono altri/e come lei? Che ne so , i suoi amici sono così? Di cosa parlano? Vanno avanti tutto il giorno a Pippa Middleton e poi al  pascolo nei centri commerciali per poi geolocalizzarsi a vicenda su Facebook?

Non ho mai conosciuto nessuno così profondamente inconsapevole del mondo in cui vive. L’unico corrispettivo italiano che mi ha sconvolto così è quella studentessa di economia che a 23 anni era convinta che noi terrestri vivessimo non sulla superficie della crosta terrestre ma dentro il pianeta Terra, e che il cielo fosse quindi una specie di coperchio di barattolo che ci teneva chiusi dentro, protetti e al calduccio. Giuro, ho detto molte cazzate in vita mia ma questa è la pura verità.

Ho idea che mi aspettino dei mesi affascinanti. Se non avessi mollato l’università, ci farei la tesi. Se avessi una telecamera a portata di mano girerei un documentario. E non è detto che io non possa farlo.