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Archivio mensile:aprile 2012

Faccio fatica a riprendere il corso normale della quotidianità, anche se forse stavolta avverto un maggiore senso di leggerezza e – parolona – responsabilità. Tra le novità che non si possono non menzionare, la notizia di un probabile matrimonio di Fratello n.1, quello leggermente scisso. Dato che io appartengo secondo lui al ramo degenere della famiglia e ho fatto cose innominabili nella mia vita, non mi  è dato sapere se la malcapitata sia stata tramortita a colpi di clava, abbattuta con punte di selce o se esista davvero un essere simile a lui, con gusti e vedute ad egli confacenti e disposta ad immolarsi su un altare con isso. Fratello n.2 ancora non mostra segni di squilibrio, pensa ai fatti suoi come al solito, ma anche con lui dopo anni di assenza dal tetto paterno ormai parlo poco, quindi la nostra comunicazione si è limitata al passaggio di un po’ di film da un pc all’altro. Madre e padre sono un po’ più grigi, stanchi, amareggiati e ognuno singolarmente preso dal compito di dare ilmeglio di sé in quanto a cristallizzazione dei comportamenti che gli hanno rovinato gli ultimi 35 anni di vita. Quanto a me, ho tenuto duro per quasi una settimana, sono stata ieratica ed a tratti serafica anche se dentro avevo un nodo scorsoio grosso quanto la mia gola, ma non ho fatto una piega, salvo – una volta rientrata alla base attuale – sentire il bisogno di dormire un numero spropositato di ore di sonno e di essere diventata incapace di concentrarmi per più  di due secondi sul lavoro, proprio mentre devo scrivere un progetto importante ed interessante. Invece di lanciarmici e lasciarmi assorbire e trascinare dall’entusiasmo, io faccio come se non fossi io. Mi limito a prendere atto dell’eco che risuona nel vuoto della mia zucca e mi fermo lì, con tenda e sacco a pelo, a pasturare la malattia. Hai voglia a dire che questo viaggio doveva essere l’inizio di un cambiamento. Hai voglia a dire stavolta metto tutto nero su bianco e non mi faccio più ricattare, mi dico la verità su tutto e mi assumo le conseguenze. Mi fa paura quello che ho in testa e mi fa paura quello che c’è fuori, che mi pare brutto assai, checché Monti dica che così non si fa, ché scontiamo un gravissimo ritardo nel fruttuoso ramo dei suicidi da disperazione. A me sembra che la gente invece non pensi ad altro. C’aveva ragione la Fornero, c’aveva: nun ce regge de fa’ un cazzo, manco de morì.

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Seppellita in Terronia, senza connessione e invischiata nelle dinamiche malate del clan di appartenenza. MI aiutano a mantenere la sanità mentale le telefonate serali di chi attende il mio ritorno per aiutarmi ad uscire dal tunnel e la lettura di Philip Dick. Per il resto, cerco di fare scorte di sonno, mangio le cose di mammà, cerco di estraniarmi da conflitti che non mi riguardano e conto le ore che mi separano dal treno che mi riporterà lontano da qui. Che altro? Cerco di lavorare un po’, mi faccio una scaletta mentale dei post che dovrò scrivere al ritorno per evitare che il blog si ricopra di polvere, mi faccio un sacco di domande. Tengo a bada la tensione meglio che posso.

Scrivere, con fatica, dopo giorni di fermento interiore e contorcimenti e spasmi un post chilometrico sui perché e i per come di certe cose, nella convinzione che sia doloroso ma terapeutico.

Dopodiché, sobbalzare (causa stato di tensione perenne) per un rumore improvviso, e chiudere la scheda per sbaglio.

Segue sguardo ebete (whatever…), e la consapevolezza che avrei fatto prima a copincollare tutto il Dsm IV.