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crisi, vecchiezza, acidità

E insomma ho fatto questo sogno in cui ero seduta ad un banco e dovevo sostenere quest’esame per vedere qual era il mio grado di femminismo ed in che misura l’avevo applicato nella mia vita, se ero una femminista coerente e meritevole di essere definita tale. Io sudavo freddo e mi sentivo in colpa perché ripercorrevo la mia vita e vedevo tutti i buchi, le toppe, i proclami senza seguito, le rivendicazioni a parole e l’incapacità – seguita da frustrazione – di aderire nella pratica a tutti i miei convincimenti, pensavo a cose tipo autonomia, autodeterminazione, dignità nella libertà, indipendenza, responsabilità, desideri, e pensavo ma io questo test non lo passerò mai, e dovrò solo andare a rinchiudermi e non farmi più vedere in giro, non scrivere più manco mezza parola e tacere per sempre, perché sono stata una parolaia, una che ha predicato bene e razzolato male, all’ombra di tutti i miei alibi e le mie deleghe – dolorose, ma sempre deleghe – e la mia vigliaccheria e poracciaggine. Senonché, mentre in un millesimo di secondo facevo tutte queste considerazioni, succedeva che tentavo di aprire la busta che conteneva il foglio con le domande, ma la busta non voleva saperne di aprirsi, riuscivo a scollare i bordi al centro ma gli angoli rimanevano pervicacemente appiccicati tra loro, e io mi sforzavo di tirare fuori il foglio d’esame, ma niente, riuscivo a tirarlo fuori sì e no per un paio di centimetri, e intanto il tempo passava (nessuno mi aveva assegnato un tempo, ma io sapevo che c’era) e io lottavo con la busta di carta, sempre più frustrata e in fondo un pochino sollevata, perché pensavo: se non riesco a tirar fuori quest’affare dalla busta, non dovrò rispondere alle domande e nessuno saprà mai che razza di merda io sia. Però continuavo lo stesso nei miei tentativi, perché in fondo mi dispiaceva non provarci nemmeno e covavo la speranza segreta che forse, dopo aver letto le mie risposte, mi avrebbero convocata per chiedermi di spiegarmi meglio, per raccontare perché le cose mi erano andate così male, perché mi ero ridotta da piccola giaguara dell’antagonismo tiberino a randagia in gabbia, per di più volontariamente e dando seguito a ragionamenti difensivi che all’epoca m’erano sembrati lucidissimi e che mi sembrava rappresentassero la salvezza. Volevo raccontare la mia versione, parlare delle cose che mi avevano fatto paura e di tutto quello a cui avevo acconsentito negli anni solo per sentirmi un pochino più al sicuro. Volevo parlare dell’invisibilità, della precarietà, del non sapere, dell’oggi qui domani pure o forse non lo so, dipende da quanto male sto. Volevo spiegare perché il delorazepam nell’armadietto, volevo spiegare che era per sentire la colpa ancora più forte, perché niente ti accusa così spietatamente come una boccetta di vetro scuro e niente rispecchia meglio il tuo fallimento. Poi mi sono svegliata, senza aver fatto l’esame, piena di rimpianto e ancora sbigottita per non esserci riuscita, e non sapevo se essere contenta che si fosse trattato solo di un sogno o di rammaricarmi per aver perso l’occasione di prendere finalmente la parola, e intanto avevo un dolore terribile alle vertebre lombari, come se un cinghialotto ci fosse stato seduto sopra durante la notte, il braccio destro addormentato (le braccia mi si addormentano e le mani mi fanno male alternativamente due-tre volte ogni notte) e il dolore cronico in c7-c8 (un punto del cazzo, si rischia l’ernia cervicale) che mi porto dietro da dodici anni ormai, e che ancora aspetta una risonanza che non riesco a pagarmi, per vedere se c’è lo schiacciamento del midollo tra le vertebre. Il mio farmacista dice sì, lo diceva anche la mia fisiatra da cui non vado più, santa donna. Lo penso anch’io ma che devo fare? “Sei pallida” mi hanno detto appena alzata, “Vero” ha fatto eco qualcuno, e allora mi sono fatta un caffé alzando le spalle, ho fumato la prima sigaretta della giornata e ho continuato a far finta di niente. Tanto l’esame non l’avrei passato.

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Il disagio è una povera stagista muta inerpicata su tacco 12, con pantaloni in simil-pelle nera e testa immobile a non turbare l’equilibrio di onde sapientemente costruite. Un’immagine violenta e quasi patetica che ha fatto il suo ingresso circospetto e caracollante in studio solo ieri, dopo un colloquio condotto dal suo fidanzato più da che da lei stessa. Stando così le cose, non credo proprio che questa avrà la resa satirica di quella che l’ha preceduta. Quella era una giovincella dai tratti ancora infantili, una fanciulla albionica a caccia di romanzetti, non ancora disillusa e toccata dalle inculate maestose della vita. Qui il caso mi sembra diverso. C’è più amarezza e più noe-realismo del ventunesimo secolo, più provincia pontina maledetta ed ambizioni che fra dieci anni si tramuteranno in un marito panzone ed un mutuo altrettanto pesante, come pure i ragazzini che t’accollerai non per amore ma perché lui avrà insistito per averti a casa dopo anni di precariato (e tu crederai pure che sarà stato per il tuo bene).

Io invece parlo, parlo, ma intanto sto sulla buona strada per diventare la gattara pazza dei Simpson (che è un’autoprofezia che mi sono già fatta qualche anno fa, se non la sto cambiando è perché evidentemente i presupposti permangono – e si rafforzano).

Cerco di non vedere la palese schizofrenia dello stare su LinkedIn per cercare clienti per lo studio e contemporaneamente cercare di leggere “Foucault in Cyberspace” (riuscendoci male) e aggiornarmi su quello che accade a Madrid e Atene. L’immaterialità e precarietà/labilità dei rapporti umani mi sta facendo ammalare; io vorrei solo avere lo stesso nome per tutti quanti voi e guardarvi tutti in faccia. Però non si può.

La soluzione alla crisi globale

La truffa del signoraggio

Il Club Bilderberg

Il ritorno al sesterzio in nome della sovranità monetaria

Equitalia strozza

La risposta ai problemi energetici

Il problema dell’acqua

Rifiuti zero Emissioni zero Zero sprechi

L’orto biologico e l’agricoltura biodinamica

Le scie chimiche

I Maya

Il progetto Haarp

L’autoproduzione e la manifattura

Il localismo e il made in Italy per salvare i posti di lavoro

Il Movimento 5 Stelle, la pulizia morale

Siamo gente di sinistra, ma serve una nuova sinistra che non abbia connotazioni troppo di sinistra

Basta alle mignotte in Parlamento

I suicidi degli imprenditori, che tragedia nazionale

La gente volgare per strada, l’incuria, gli schiamazzi, “incultura” generalizzata

La crisi

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Che fare, serve una soluzione

Ommioddio la crisi, ci sta suicidando

Come faremo a tirare avanti

“Intanto andiamo a fare la spesa al supermercato guardando le offerte della settimana”

“Ah…Come i poveri?”

Silenzio.

Da nullatenente fatta e finita, ho passato (e passo) la vita a contare gli spicci e mi sto anche dimenticando come si usa il bancomat, ed è quindi con una punta di piacere sadico e disilllusione che leggo sui social networksss i piagnistei di gente che fino a ieri dilapidava stipendi in ninnoli alternativo-griffato e aveva come unico argomento di conversazione la mappatura di tutti i negozi cool e trendy sul suolo nazionale ed oggi si sente traumatizzato perché ha dovuto prendere atto del prezzo del pane. Per carità, non auguro miseria e bollette scadute a nessuno. Però vi dico: benvenuto/a, fashion addicted. Spero che allo shock faccia seguito un po’ di consapevolezza sulla realtà di plastica che ti sei ciucciato fino ad ora attraverso le lenti dei tuoi Wayfarer.

Lo stage della stagista si è concluso, grazie ad un’entità oscura ma benevola. Per la cena d’addio non mi è passato neppure per l’anticamera del cervello di “fare” davvero qualcosa in cui ci fosse parte di me, come è mia abitudine, e con la scusa del caldo neanche mi sono sprecata: arista già pronta da cuocere, zucchine ripiene, una macedonia e una Viennetta, ossia una cosa che mai metteresti davanti a qualcuno di cui ti importi lontanamente qualcosa. E via, pedalare. Non sono stronza, ma sei mesi passati ad interfacciarsi con Hello Kitty – e a tenere conversazioni di pari livello –  alla lunga possono anche stancare.

 

update delle 21:34

è un incubo.