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Archivio mensile:luglio 2012

La cold wave è quel genere che mi serve per auto-traghettarmi con docilità attraverso la terra di nessuno che è il passaggio dal picco ovulatorio ansiogeno e logorroico al thriller psicologico che si consuma nella PMS.

Il corpo morto di Carlo Giuliani è patrimonio politico collettivo.

Io rivendico Carlo Giuliani come un “mio” morto, mio e di tutte le compagne e i compagni con cui ho condiviso idee e pezzi di strada. Lo rivendico come compagno che non ha voltato le spalle, non è fuggito ed è rimasto solo di fronte all’avanzata dei defender lanciati contro la folla inerme. Non dirò mai che “si stava solo difendendo”, come vuole la vulgata buonista, o che ” era un imbecille violento perché in piazza non ci si va con i sampietrini in mano” e se ci vai a volto coperto significa che stai preventivando di commettere un reato.

Rivendico il diritto di dire che la morte di Carlo Giuliani è stata una morte politica nel senso pieno del termine, perché dovuta ai rapporti di forza presenti sul campo quel giorno e alla situazione politica globale che aveva determinato per il movimento l’esigenza condivisa di ritrovarsi a Genova.

Rivendico il diritto di dire che l’assassinio di Carlo è stato colpa di chi ha dato gli ordini e di chi ha eseguito gli ordini, senza distinzioni e senza nessuna concessione pasoliniana alla retorica dei poliziotti figli del popolo. Chi dice che Carlo Giuliani “sapeva cosa stava andando a fare”, allora deve saperlo anche a proposito di quelli che erano lì pagati per sparare sulla gente.

Oggi è esattamente come undici anni fa.

Dieci persone – di cui cinque rinviate a giudizio per un’attenuante – ritenute colpevoli di saccheggio e devastazione, secondo il codice fascista Rocco. La magistratura ha ritenuto che devastazione e saccheggio fossero qualche cassonetto rovesciato, qualche vetrina infranta, un paio di carrelli per la spesa. – Ma cosa c’era, poi, da saccheggiare, in una città militarizzata, blindata, in cui tutti i negozi erano serrati? – I feticci capitalisti non si toccano. L’inviolabilità delle merci è sacra. La violenza del potere è sempre giustificata, a prescindere dai rapporti di forza. Questo il succo della sentenza di oggi, al di là di ogni retorica. Ed in nome di questa presunta inviolabilità, hanno ritenuto legittimo prendersi la vita e la libertà di dieci persone, mentre i picchiatori fascisti fanno carriera nell’ordine pubblico. Qualunque interpretazione diversa da questa è pura ipocrisia.

Ma chi c’era lo sa, si ricorda che la devastazione è stata portata a Genova dai defender lanciati a tutta velocità contro la gente assiepata ai bordi delle strade, asserragliata nei vicoli. La violenza è stata la consapevolezza di essere tenuti sotto tiro dai cecchini sui palazzi e sulle motovedette. I violenti di Genova erano e sono ancora in divisa. Chi manganellava e pestava, chi ha torturato ed umiliato, chi ha minacciato di stupro le donne. Chi ha spaccato teste ed ossa, chi ha ucciso Carlo a sangue freddo, e gli è passato sul corpo e poi ha urlato” Sei stato tu, col tuo sasso”.

La violenza è Stato, lo Stato è violento. Ha perpetrato violenza, devastazione e saccheggio undici anni fa, quando Carlo è morto, e poi quando ha archiviato il processo per la sua morte, ed anche una settimana fa, quando la giustizia si è limitata a dare uno scappellotto ai vertici della Polizia ed un buffetto ai torturatori di Bolzaneto. La violenza è di Stato oggi, perché dieci persone sono state giudicate colpevoli di reati ridicoli, per chiudere i conti con il passato, sigillare la verità con un macigno e archiviare tutto alla voce “I violenti pagano”.

Ridatecele queste dieci persone, ché sono noi, sono trecentomila, sono io. Sono ogni salto spiccato per liberarsi da una presa guantata, ogni schivata di manganello, ogni corsa a perdifiato verso la salvezza di un portone, ogni colpo in faccia ricevuto da uno scudo, ogni calcio in testa e nelle costole. Sono ogni limone spremuto, ogni fazzoletto passato sul volto sudato ed ogni sorso d’acqua condiviso con il vicino, ogni mano stretta nella corsa e tutte le lacrime di rabbia che abbiamo versato in undici anni, e tutto il veleno che continua a scorrere.

Ancora appunti sul G8 di Genova del 2001. Non mi sono mai occupata di fare analisi, non è il mio forte e non ho nemmeno la preparazione necessaria, ma sentivo di dover dare un seguito a quanto scritto in un precedente post. So perfettamente che possono sembrare riflessioni autolesioniste – ed in parte lo sono –  e che può essere noioso tirarle fuori a distanza di tanto tempo. Di certo, so che a qualcuno che conosco personalmente e con cui ho condiviso dei percorsi, potranno anche dare un po’ di fastidio. Ma mi serve per uscire dalla retorica della commemorazione. Perché Genova non è fatta solo di ricordi personali. O almeno, non credo che possa essere solo questo. Dopo le sentenze dei giorni scorsi che avranno quasi certamente come corrispettivo cerchiobottista le condanne per i nostri dieci imputati, e la beffa delle false scuse di De Gennaro, a me sembra doveroso nei confronti di chi è in procinto di farsi un secolo di galera ripensare certe questioni con più lucidità – credo che lo si debba a loro e a noi stessi.

È trascorso abbastanza tempo perché si possano mettere sul tappeto anche le debolezze, le ingenuità, gli errori commessi dall’interno, e si parli finalmente di come si arrivò a stare in piazza, delle contraddizioni interne, dei leaderismi più o meno involontari, dei protagonismi indotti e dell’incapacità, dopo, di gestire la visibilità ottenuta ancora prima di quei tre giorni. Della frammentazione che tutto questo ha generato e, soprattutto, della conseguente incapacità di fare fronte comune in seguito, quando fu necessario difendersi dagli attacchi della retorica che voleva dividere i buoni dai cattivi. Se, come dicevo nell’altro post, un intero movimento è diventato ostaggio mediatico ed il linciaggio per chi c’era continua ancora a distanza di anni, mi sento anche obbligata a dire che chi c’era, ed ha avuto un ruolo rilevante nella gestione degli eventi, aveva la responsabilità di fare in modo che si arrivasse a Genova con un bagaglio diverso che non ci facesse finire dritti nelle mani degli aguzzini e degli sciacalli. Mi assumo la piena responsabilità di quanto sto scrivendo.

Io, personalmente, non avevo mai creduto nella tenuta di un organismo come il Social Forum, nato con le migliori intenzioni. Non ci credevo perché le maglie erano troppo larghe, perché mi sembrava che la sua retorica non-violenta fosse perdente in partenza, considerati gli attacchi che piovevano in maniera preordinata con lo scopo di intimidire e dividere. E mi beccai della “vetero”, perché non capivo le nuove forme di organizzazione che avanzavano, il concetto di rete, e via dicendo. Ma io non ci credevo essenzialmente perché avevo il sentore che tutto il carrozzone stava diventando una palestra di protagonismo per personaggi che al di là dei proclami coloriti non avevano (come poi si dimostrò) lo spessore politico per reggere l’onda d’urto del terrorismo mediatico messo in campo dall’altra parte. (A distanza di undici anni, alcuni di questi capetti scrivono libri, fanno ospitate in salotti televisivi, si sono seduti in parlamento, sono entrati nelle istituzioni locali. Ma questo lo dico solo en passant. Evidentemente i premi per la produttività non sono appannaggio solo dei celerini.) Non ci credevo perché nelle riunioni preparatorie mi resi conto che il GSF aveva cominciato ad includere carrieristi di partito, arrivisti dell’ultima ora in cerca di verginità movimentistica, imprenditorucoli mascherati da circoli arci e associazioni culturali laiche e cattoliche. La questione qui non è chiarire la mia collocazione politica, ma se devo dirla tutta non credevo neanche nella strategia delle Tute Bianche, che mi sembrava uno svilimento grottesco, pecoreccio e decontestualizzato delle pratiche insurrezionali zapatiste.

Quindi, ricapitolando: già molto prima di luglio, la sovraesposizione mediatica del movimento lasciava presagire che lo Spettacolo stavolta si sarebbe sentito in dovere di esigere un tributo pesante. C’era il precedente napoletano di Marzo, quando al governo c’era ancora il centrosinistra che non si era fatto minimamente scrupolo di fornire un’anticipazione colorita di quali sarebbero stati i metodi genovesi. In tutto questo, io leggevo i comunicati delle Tute Bianche, le dichiarazioni rilasciate ad ogni piè sospinto nei mesi precedenti, e rabbridivo pensando a come quelle parole venivano interpretate dai questurini, dai digossini, dai parlamentari, dai giornalisti. Erano tentativi infantili di alzare il livello dello scontro senza che dietro ci fosse la coscienza di quello che si stava preparando (oppure no?). Eppure erano loro che tenevano i contatti con le questure, erano loro che andavano a parlamentare sulle questioni di ordine pubblico (altro tema delicato), erano loro a stendere tappeti rossi ai giornalisti. D’altronde non c’era neppure bisogno che me le immaginassi, le reazioni, erano sui giornali tutti i giorni. Si tiravano in ballo armi batteriologiche, arsenali per la guerriglia urbana, connivenze con terrorismi di ogni provenienza, e si fomentava così l’ingenuità del fruitore medio di giornali e telegiornali e dei piazzaroli meno preparati e più fumati. Si preparava il terreno per la paura generalizzata che avrebbe lasciato le mani libere a Ministero dell’Interno e Polizia di – per usare un’espressione forbita – fare carne di porco della gente. Come si sarebbe dovuto rispondere? Bisognava disertare l’appuntamento e lasciare i G8 lì da soli, a gingillarsi con i simboli e gli spauracchi, con l’apparato orwelliano e le barriere che avevano eretto? Sarebbe stato possibile convogliare delle energie altrove, in un controvertice, ed evitare di fare la fine del topo? Mi sono interrogata su questo anche recentemente, parlandone con un compagno che a Genova non c’era. E sorprendentemente, le critiche che muovevamo erano le stesse, nonostante io fossi stata lì e lui no. Parlava di una specie di muro di gomma da parte degli aderenti al GSF, che non osava discutere le direttive impartite. Una ben strana forma di omologazione, per un movimento che diceva di avere la sua ragione d’essere nel contestare le decisioni unilaterali provenienti dall’alto. Lui, che a Genova alla fine non ci andò, aveva visto nelle assemblee preparatorie lo stesso clima che avevo percepito io: a Genova ci si va così, facendo questo e non quest’altro. Io, oltre a vetero, intanto mi beccavo sempre più spesso anche l’epiteto di picchiatrice, perché più si avvicinava la data fatidica più il GSF diventava ricettacolo di cattolici e associazioni scoutistiche, che saranno stati pure non-violenti ma, oh, quant’erano bravi a prendere il sopravvento sulla discussione delle  modalità organizzative. Smisi di andare prestissimo alle riunioni del GSF, e mi preparai per conto mio, con le persone di cui mi fidavo di più al mondo. Perché, nonostante tutto, “Essere tutti lì!” era la parola d’ordine. Ed io, con la rabbia dei miei vent’anni ero d’accordo, volevo essere lì. Adesso non saprei. Umanamente, istintivamente, mi viene da dire che da sempre, ovunque ci sia una piazza io vorrei starci. Razionalmente, sono costretta a chiedermi se il movimento allora non sia caduto nel più grande trappolone mediatico mai ordito nei nostri confronti, e questa sensazione è rafforzata da quanto è successo in questi ultimi undici anni ogni volta che si è trattato di gestire l’ordine pubblico nelle piazze. Ma se trappola è stata, io affermo che forse bisognerebbe chiedersi se non sia stata ordita anche con la complicità inconsapevole dei capetti improvvisati (auto)delegati(si) a gestire le azioni simboliche – ed è in questo senso che io leggo anche le vetrine spaccate e le insurrezioni isolate o a gruppuscoli di quei giorni: come me, credo che molt* altr* sentissero un gran rifiuto della coreografia ovina proposta dalle Tute Bianche, che avrebbe voluto risolvere lo scontro con coreografiche testuggini e blaterava qualcosa sulla necessità di opporsi al bio-potere con la moltitudine dei corpi desideranti. Una retorica “alternativa” al potere che rischiava di tramutarsi in un altro potere da combattere, per chi a Genova voleva portare il proprio vissuto e la propria storia di lotte e non solo giocare a rincorrere i potenti ai quattro cantoni, con tanto di volantini con il regolamento della manifestazione, conferenze stampa, azioni concordate. Io credo, oggi, nel 2012, che una manifestazione pianificata in quel modo, senza che determinate pratiche avessero prima attecchito nel quotidiano di ognuno di noi, dovesse essere inevitabilmente un suicidio politico e comportare una quantità immane di dolore per tantissime persone a cui la vita è cambiata per sempre. Era chiaro che non ci saremmo conquistati nessun mondo in tre giorni, e neanche che avremmo cambiato le sorti di un vertice che doveva solo ratificare a beneficio delle telecamere decisioni già prese, che venivano da un’agenda già dettata da anni e meticolosamente messa in pratica a livello politico ed economico. Ma avremmo potuto essere un movimento lungimirante, preparato, unito, critico anche nell’azione oltre che nei presupposti teorici. Invece non è successo. È uno scotto che è costato caro, politicamente ed umanamente. Abbiamo sbagliato molto, e abbiamo pagato caro, anche se eravamo dalla parte della ragione. La possibilità concreta di comunicare, e di trasformare l’azione in comunicazione si è tramutata – grazie alla convinzione che il rituale, la messa in scena contassero di più di una proposta politica collettiva – nello spettacolo del corpo di Carlo Giuliani massacrato, riproposto centinaia di volte. È, questo, un fallimento che si è inscritto nella pelle di una generazione, di centinaia di persone, di decine di arrestati, brutalizzati, picchiati, traumatizzati, umiliati. Nessuno ha mai ricevuto delle scuse; nessuno ha mai ricevuto giustizia. Ed avrei voluto urlare, in questi ultimi giorni, ogni volta che leggevo un ” è già qualcosa” oppure “finalmente un barlume di giustizia”. Giustizia non c’è stata, e non ci sarà nei prossimi giorni, quando per una radicata tradizione bipartisan tutta italiana dieci persone saranno condannate per dare un seguito ad uno spettacolo perverso che serve solo a mettere a tacere un po’ di coscienze e dire che ognuno ha avuto il suo, per seppellire le responsabilità ed archiviare anche questa pratica. Perché alla fine, nessuno ha ancora interesse a parlare di quello che è successo a Genova. Perché allora si dovrebbe parlare delle decisioni prese ad alto livello, del lavoro sporco dei servizi, delle connivenze e della premeditazione con cui si è deciso di azzerare di colpo un intero impianto democratico e mettere le istituzioni sotto scacco, al servizio delle forze dell’ordine e di un progetto di repressione che aveva il preciso scopo di fare scuola per il futuro. Come infatti è stato. Mentre qualcuno continuava a ripetere sado-masochisticamente che invece avevamo vinto, solo perché finalmente milioni di persone avevano avuto la possibilità di vedere la polizia manganellare vecchi e bambini. Io non so se questa sia miopia politica travestita da buona fede, faccia come il culo, opportunismo o semplice incomprensione dei meccanismi su cui si basano i rapporti di forza tra masse e poteri costituiti, ma so che a Genova è stato assassinato, in maniera più o meno deliberata, un intero movimento che poteva produrre analisi, pratiche, coscienza, cambiamenti reali, ed invece è stato – ancora una volta – ritenuto più comodo ed in linea con la tradizione riproporre il copione italiano della mancata assunzione di responsabilità, degli insabbiamenti, delle cose non dette, delle archiviazioni e delle prescrizioni.