(Sembra che se lascio trascorrere un tot di tempo senza pubblicare nulla, WordPress, in gran simpatia, mi piazzi le pubblicità sotto i testi. Bene, son contenta. Ora sono costretta a sentire una specie di obbligo morale dell’aggiornamento, cosa che potrebbe indurmi a sbracare l’intero blog. Nel dubbio, preferisco scrivere qualcosa.)

Dopo questo post sono precipitata in una sorta di buco nero dell’esistenza umana che mi ha risucchiata e mi ha dato la percezione che è vero che ci sono più cose in cielo e in terra di quante non ne sogni la nostra filosofia, e che la specie di questo pianeta è irrimediabilmente destinata a non essere mai felice di qualcosa per più di cinque minuti di fila senza provare contemporaneamente l’impulso dell’autodistruzione e della tentazione di rendersi insopportabile col prossimo, e quindi servono come il pane delle figure di supporto e sostegno, rigorosamente anonime e senza volto a cui si possano inviare dieci e-mail nell’arco di dodici ore per chiedere “ma lui ha letto il mio sms? e come ha reagito?” oppure alle quali chiedere all’una di notte “oh, ma io ti ho scritto, perché ancora non mi hai risposto?” (nda: una delle idee che avevo all’inizio era di riportare in un’apposita rubrica i dialoghi e gli scambi epistolari più surreali del settore, tanto per dare un’idea dell’aplomb che bisogna avere). Comunque, tentiamo un bilancio incompleto e parziale – dato che in ogni caso ne sto parlando: in questi mesi ho dato retta alla ragazza meridionale ben maritata che sogna fughe d’amore e torridi incontri col ruvido pasticcere trotskysta, dato supporto morale e legale alla quarantenne in crisi che trova finalmente il coraggio di chiedere la separazione dal marito – un po’ padre, un po’ figlio, un po’ tonto – e andare a fare finalmente all’ammore con un romanaccio verace, raccolto le confidenze della casalinga di Voghera disperatamente innamorata di quello che non se la fila più dopo averle dato l’amicizia su Fb (che tempi…). Ho cercato di trovare il bandolo della matassa della vita dell’estetista di provincia persa a Milano, finita nei giri degli aperitivi metropolitani e in preda ad una vera e propria compulsione da chat erotiche, che nel giro di un mese abortisce, prende un paio di pillole del giorno dopo e nonostante tutto rimane convinta che così facendo troverà qualcuno che le voglia bene davvero. Ho sperato insieme alla madre single che le ore di lavoro a termine aumentassero, e ho convinto una ragazza a lasciare uno che la insultava perché una volta si era beccata una candida e “chissà che cosa hai combinato per prendertela”, e la insultava di più quando lei piangeva per il dolore durante il sesso (non consenziente). Sono entrata nelle dinamiche di due o tre triangoli omosessuali complicatissimi in cui c’era alternativamente da ridere e piangere, ho stuzzicato omofobi dichiarati/gay latenti, placato amanti e fidanzati ansiosi e ansiogeni (mettevano ansia a me, ché già ce l’ho di mio), distrutto idealizzazioni pericolose, assistito alla nascita di due o tre coppie, analizzato compatibilità lavorative, dato qualche consulenza in fase di start up aziendale, azzeccato l’esito di una decina di colloqui di lavoro. Tutto questo accadeva mentre nel frattempo cercavo IO  (causa crisi forse irrecuperabile di quello che avrebbe dovuto, in tempi remoti, diventare il mio lavoro più o meno ufficilae) di sostenere uno straccio di colloquio e facevo (faccio tuttora) una miriade di micro-lavori che nelle community yeah della rete si chiamano microjobs e che io chiamo affettuosamente ditonelculo: dieci, quindici, venti, venticinque  dollari al massimo (perché la valuta delle transazioni in questi settori è rigorosamente yankee) per una traduzione, un comunicato stampa, un editing, una revisione anti-plagio, un ghost-writing, bypassando allegramente l’etica e la legislazione sul lavoro di tre quarti del pianeta in una botta sola. I miei servigi sono stati venduti a privati ed aziende dislocate in Nuova Zelanda, Indonesia, Francia, Stati Uniti, Norvegia e Svezia, e lo svilimento della qualità e della cultura è uguale dappertutto, non fatevi illusioni, che si tratti delle socialdemocrazie europee o delle punte di diamante del liberismo “fight for survival”. Non c’è scampo, compagne e compagni, facciamo dietro-front in buon ordine e proviamo a capire dove come e quando abbiamo mandato tutto in vacca perdendoci dietro ai sillogismi moltitudinari, alla militanza network-ara e abbiamo affidato le parole d’ordine agli hashtags.

Poi che altro, da quando ho scritto l’ultima volta? ho ridotto drasticamente le ore di sonno, il numero di film visti, di pasti cucinati decentemente, di interazioni sociali virtuali (quelle reali già erano carenti da un pezzo), mi è venuta una psoriasi da stress che mi ha dato il “la” per cominciare a mettere in discussione l’impianto della mia vita degli ultimi quattro anni e aprire un fronte di crisi che non immaginavo di poter gestire (e infatti lo sto gestendo abbastanza male, come da copione inanellando uno sfondone dietro l’altro, ma dateme tempo ché posso ancora peggiorare). In un paio di occasioni ho pure ricominciato a provare una serie di sentimenti troppo imbarazzanti per poterne parlare col consueto cinismo o per desiderare di esporli al vostro ludibrio di lettori. Ed il resto continua ad essere di un’incertezza straniante. So solo che ci sono cose che non voglio più avere, altre che rivorrei indietro per sentirmi di nuovo me stessa e cose nuove che voglio assolutamente, prestissimo, subito. E queste sono le cose per cui mi sto facendo il proverbiale mazzo. Au revoir.

Non credo di averlo mai raccontato qui, ma ai tempi dell’Università, per sbarcare il lunario e dopo essermi fatta debitamente istruire da una vecchia amica fricchettona/new age, lavorai per circa tre mesi in uno di quei call center in cui di fanno i Tarocchi. La mia capa proveniva da un paese esotico, le cui credenze magiche lei aveva assorbito da bambina, e che una volta giunte a contatto col cattolicesimo nostrano si erano fuse alla perfezione con il culto di Padre Pio e della Madonna. Nonché, devo ammettere,  con uno spirito imprenditoriale davvero fuori del comune, dando il via ad una reazione di sintesi il cui risultato era un sincretismo spiritual-cattolico -capitalista selvaggio  particolarissimo; aveva messo su questo grosso centro di cartomanzia in cui, giovani (non carini) precari e disoccupati (e qualche megera tabagista e arrivista) stavano incatenati alle postazioni senza fisso quotidiano o mensile, rigorosamente in nero e pagati pochi centesimi per ogni minuto di conversazione. Ci capitai per disperazione, con l’intenzione di non gravare più sul mio compagno di allora e sulla famiglia, con l’umore più nero di cui riuscii ad ammantarmi, la vergogna che mi faceva un nodo dentro dentro lo stomaco, ed ebbero inizio tre mesi di noia, alienazione, sensi di colpa e rigetto fisico. La capa, che mi aveva inquadrata subito come una buona a nulla e aveva capito subito che non sarei mai stata capace di passare al livello successivo a quello dei consulti standard da otto minuti pagati una miseria, mi sopportava a malapena e mi teneva d’occhio tutto il giorno. Il famigerato livello successivo consisteva nel diventare talmente stronzi da individuare i casi più disperati e manipolabili, e trasferirli con la scusa di un consulto approfondito su una linea dal costo esorbitante per fargli compiere rituali assurdi col solo scopo di fargli mettere giù il telefono ogni venti secondi e costringerlo a richiamare, per permettere al telefonista di turno di guadagnare sullo scatto alla risposta dal costo esorbitante. Ho visto gente tirar su anche quattrocento euro in un turno, con questo giochetto, novelli Maestri do Nascimiento dell’Alto Tevere. Io prendevo le mie telefonate nell’angoletto, facevo durare il mio consulto otto minuti giusti, quelli regolamentari, non insistevo mai per essere richiamata e spingevo le clienti a farsi una vita, dopodiché mi beccavo i cazziatoni della capa. Morale della favola, dopo tre mesi mi diedi malata grave e scappai senza neanche prendermi i soldi che mi spettavano, tanto era lo squallore che respiravo là dentro e l’insofferenza che mi stava cagionando. Ovviamente, nessuno mi corse dietro o mi rimpianse.

Ma non è questo l’argomento di questo post. Raccontare questa cosa mi è servito da introduzione per dire che, quasi dieci anni dopo, e più o meno per le stesse identiche ragioni – leggi: pezze al culo – mi ritrovo adesso a fare la stessa cosa, ma in una modalità diversa e totalmente autogestita. Trovandomi economicamente al limite da diversi mesi, con il lavoro “ufficiale” (per modo di dire) fermo,  mi si è riaperto un cassetto della memoria e mi sono ricordata di quell’infausta parentesi di cartomante improvvisata al soldo di una Vanna Marchi dei Caraibi qualunque e, memore di quanto ci viene ripetuto ogni giorno dalla politica e dai genitory choosy di figli choosy che bisogna  – noi – essere non choosy, ma creativi, imprenditori di sé stessi, rimboccarsi le maniche, e hungry e foolish, ho detto: why not? E così, aperto un blogghetto minimal, gettato al vento una manciata di annunci, creato un account su un forum visitatissimo da donne e ragazze d’Italia con una nutrita sezione di astrologia, cartomanzia e veggenza sui cui contenuti i moderatori chiudono ben volentieri un occhio in virtù degli introiti pubblicitari, mi sono ri-armata di un mazzetto di marsigliesi, di una ripassata ulteriore su schemi di lettura ed interpretazione e storia dei Tarocchi e, di un po’ di faccia come il culo per tenere a bada i sensi di colpa ed il sano proposito di essere una cartomante militante (prima o poi fonderò “Cartomanzia critica”, per sfigate come me che per lenire il senso di colpa infarciscono i consulti di messaggi subliminali inneggianti alla rivolta contro il patriarcato), ho cominciato  a fare la cartomante telematica. Niente telefono, ché richiede solitudine, capacità d’improvvisazione, velocità, riflessi, ed il tono di voce perennemente ispirato, da veggente, come se fossi posseduta da Jodorowsky in persona. Meglio le e-mail: rapide, non richiedono costi d’attivazione e di gestione, e mi consentono se non altro di esercitare la scrittura e dar via a  prezzo modico dei papiri che le donne rimangono sconvolte quando li vedono. Tengo a specificare che i costi sono bassi, che su un singolo consulto posso spendere a volte anche mezza giornata e che la media di guadagno mensile è inferiore a quella del part-time più ordinario che vi possa venire in mente. Quindi fate come me solo se: non vi scoccia scrivere per ore e ore e tornare mille volte sullo stesso argomento, avete un minimo di conoscenza dello strumento (i Tarocchi), delle logiche di base del maschio umano-italico (mangiare-lavorare -innamorare-scopare-stufarsi-tradire-spegnere il cellulare-trascinarematrimoniomortopernonpagarelacausadiseparazione), e se siete così ridotti alla fame da farvi sembrare appetibile fare un lavoro che sta a metà tra l’assistenza sociale, la psicologia, il centro antiviolenza ed Allison Dubois. Dovete avere anche una discreta capacità di capire quando usare l’empatia e quando dire – o non dire – apertamente “Ma a me che cazzo me frega se l’aereo che stai per prendere per andare a fare Audrey Hepburn ai Castelli Romani co’ Gregory Peck rischia di far tardi per la neve e di farti così sgamare da tuo marito? Ma che ne so io? Chiamare l’Alitalia no?” Ma tanto, dato che crisi ed austerity m’hanno dato tanto tempo a disposizione davanti al pc, e dato che twitter m’ha già triturato le ovaie, su fb resisto in virtù di poche anime belle, e che stavo precipitando in uno stato psicologico che presto avrebbe richiesto cure specialistiche, ho deciso che l’alienazione era abbastanza (e il conto in rosso pure) e che potevo forse dedicarmi ad alleviare un po’ quella degli altri per sentire meno la mia, e forse evitare anche che le Poste mi telefonassero in contnuazione per chiedermi che cazzo tenevo aperto a fare un conto se poi dovevo lasciarlo squattare ai buchi neri dell’universo. Mi importava anche l’impostazione da dare al lavoro, perché una lettura dei Tarocchi deve essere un prodotto vendibile a tutti gli effetti, oltre che fatto secondo i canoni di quelli che ci credono seriamente in queste cose, e proposto ad un range di clienti quanto mai vasto e differenziato, e pure molto scafato, che va dal professionista rampante alla signora che ha scarsa dimestichezza con l’internét e non sa cosa sia PayPal, passando per la ragazzina semianalfabeta che in risposta al tuo tono gentile e comprensivo te parla come se stesse mannanno affankulo su’madre, su’sorella e tre kuarti di palazzina. Inoltre, quasi tutte le mie clienti sono molto più scafate di me sul tema, scrivono a una decina di cartomanti e veggenti al giorno, sanno che è loro diritto porre la prima domanda gratis per vedere se ci prendi, sanno come chiedere in modo che le carte rispondano, hanno un black list delle cartomanti farlocche, rilasciano feedback e riscontri positivi e negativi in pubblico, con una spietatezza degna del tribunale di Forum o del pubblico parlante di Maria De Filippi. Finora me la sono cavata egregiamente, non so come sia potuto accadere, ma limitandomi semplicemente ad interpretare i pupazzetti disegnati sulle carte ho una media di previsioni azzeccate che si aggira su percentuali vertiginose rispetto alle mie colleghe del forum. Per non parlare di come ci prendo sui traumi del passato, attaccamento genitoriale, complessi di Edipo e di Elettra, dipendenza affettiva e mancata individuazione del sé. Sul futuro ci sto lavorando, ma anche lì basta un po’ di lungimiranza e l’armamentario di frasi standard sul libero arbitrio, il destino mutevole, le influenze esterne, i tempi che possono dilatarsi, le carte che s’aribellano se je rompi i cojoni co’la stessa domanda troppe volte di seguito. Però alcune volte ci ho preso in maniera impressionante anche sui tempi, e la cosa mi fa sentire molto orgogliona e gratificata, nella mia cialtronaggine. D’altronde, se quei pupazzetti stanno lì sulle carte dal MedioEvo, vorrà dire che qualche volta c’avranno pure ragione. Oh. Oppure sarà che ho ascendenze stregonesche regionali (do you remember Carlo Levi?), sarà che alle altre riesco a dare i consigli che servirebbero a me ma che io non metto in pratica manco morta e continuo indi per cui a fare unavitademmerda. Boh.

Ma non sono neanche questi gli aspetti di cui volevo parlare. Sono cose arcinote. Riguardano il caso, il puro culo ed un minimo di esperienza nelle sòle sentimentali. Sono sicura che molte/i si sono dovuti/e cimentare in quest’attività che si esplicita su quella sottile linea di confine che sta tra l’illegaltà, la vendita di illusioni e il ruolo di psicologo, life coach e spalla su cui piangere. Il vero motivo di questo post – bando alle cazzate, ora – sono tutte le donne con cui ho a che fare ogni giorno, e le cui parole mi porto dietro ogni sera con un senso di colpa schiacciante, come se fosse colpa mia ogni singola ora sprecata di queste vite. Donne che meglio di ogni statistica, di ogni pamphlet scritto dalla filosofa femminista ospite di Lerner, meglio di ogni assemblea sui massimi sistemi, rappresentano una maggioranza che non fa testo, che non viene mai considerata – in quest’epoca in cui il tema trendy è la fuga dei cervelli, la pluri-laureata e pluri-masterizzata, la precaria cognitiva offesa nella sua dignità da quella che invece ha scelto la via più facile e meno “dignitosa” (Snoq docet). Io parlo con le donne di quello che una volta veniva chiamato proletariato e sottoproletariato, quelle per cui fantasticare sull’uomo che incontrano per caso e chiedere poi alla cartomante se lui riprenderà quell’autobus solo per vederle costituisce un’evasione sufficiente dalla vita che fanno, senza chiedere altro, senza chiedersi altro. Sono donne che fanno lavori massacranti o non lavorano affatto (ed infatti non si contano i consulti chilometrici aggràtise che faccio solo per farle sentire un po’ coccolate) e poi accudiscono famiglie formate da eserciti di uomini che iniziano dal nonno e finiscono col nipote; donne che non possono lasciare mariti violenti ed uomini che non le amano perché non hanno un lavoro e non hanno un posto dove andare, e non possono portarsi dietro i figli e temono la reazione delle famiglie; donne invischiate in relazioni umilianti e costrette a subire abusi sessuali dai compagni che le coinvolgono in giochi a cui loro non vorrebbero acconsentire, ma se non acconsentono “lui poi si trova un’altra”, donne che a stento riescono a scrivere un’e-mail in un italiano incomprensibile, duro, senza un ciao o un grazie,  e poi all’improvviso,qualche volta, si sciolgono e ti scrivono che si sono messe a piangere per come sei riuscita a descriverle e che ti sentono come una sorella, donne che ti ringraziano perché le hai messe di fronte alla loro dipendenza e ti dicono che adesso basta, che loro cercheranno di tenere duro e di uscirne, e di dire no quando vorranno che sia no. E quindi volevo dire semplicemente che, al di fuori delle cerchie ristrette delle militanti femministe e solidali tra loro, dei finti convegni sulla dignità organizzati dalle amiche del bridge, al di là, insomma, di tutto quel mondo autoreferenziale – precario sì, ma anche lontano da certa miseria – che discute sulla Woolf e la Butler e la Preciado e discute di post-porno come se fosse la testa d’ariete per abbattere il capitalismo patriarcale, ci sono queste donne. Appena più in là del nostro naso pronto ad arricciarsi se si usa il termine dignità a proposito o a sproposito, appena oltre la siepe dei distinguo che corrono sul filo dell’autocompiacimento cerebrale, lo scenario è questo: donne ancora subalterne, donne schiave di rapporti costruiti intorno a matrimoni-gabbie, donne legati a uomini e famiglie che non vogliono dalla dipendenza economica, donne che sanno parlare di se stesse e dei propri sentimenti solo con il linuaggio dei talk show, che hanno perso a tal punto il contatto con se stesse da chiedermi riti magici per allontanare da sé un marito perché loro hanno paura di non farcela – e a niente vale dir loro che il coraggio lo trovano da sole, e che saranno capaci di camminare da sole se vorranno chiudersi quella porta alle spalle.  Sono donne che nonostante tutto questo hanno ancora la voglia di parlare, chiedere, sentirsi raccontare da qualcun altro perché è il loro unico modo di potersi vedere dall’esterno, di farsi spiegare perché stanno così male, e perché secondo loro la felicità deve passare necessariamente attraverso l’arrivo di un uomo che le salverà ma che per farlo dovrà necessariamente abbandonarne un’altra, come se l’altra fosse una nemica a cui strappare un trofeo di guerra. Donne alle quali io non posso permettermi di andare a parlare di Simone de Beauvoir, di deregolamentazione selvaggia del lavoro, di welfare e stato sociale, perchè nella milgiore delle ipotesi mi riderebbero in faccia,  e nella peggiore le farei sentire prese a calci. Sarei da prendere a calci nei denti IO se mi ponessi nei loro confronti con la spocchia della sacerdotessa dei tarocchi di ‘sta ceppa che va a dir loro cosa fare. Io non mi sono mai sentita milgiore di loro, e anzi devo ringraziarle: perché grazie a loro e alla gratitudine che provano nei miei confronti ho potuto fare la spesa un paio di volte in più in un mese, perché al di là della loro diffidenza iniziale verso il mio modo di esprimermi che non riesco a camuffare abbastanza riescono alla fine sempre a capirmi e capire perché dico loro certe cose, perché non le tengo agganciate a me nella speranza di farmi regalare un altro po’ di spicci per dir loro che sì, lui le chiamerà e le porterà via per un week end e poi lascerà la moglie e i figli e farà di loro delle regine, non dico loro che avranno un posto a tempo indeterminato se tutto quello che mi chiedono è “riuscirò a fare più ore di pulizie questa settimana, che mi servirebbero proprio?”. Nelle ultime settimane ho pensato spesso al gap che esiste tra il mondo del femminismo accademico, letterario, colto, e questo mondo fatto di cose piccolissime, senza sfumature, dai contrasti sempre violenti, dagli odii e amori accentuati e vissuti alla stregua di una telenovela, in cui una telefonata che non arriva è una tragedia peggiore di quella delle elezioni appena trascorse. E non ho mai pensato che queste donne potessero dirmi o insegnarmi di meno rispetto a quelle con cui sono abituata a parlare, quelle che leggo, quelle che sono mie amiche da una vita. Non ho mai pensato che queste donne debbano essere salvate: queste donne devono essere istruite e coltivate, si deve regalare loro una cassetta degli attrezzi con cui fabbricarsi da capo un mondo, e si devono riappropriare di tutto il potenziale umano che viene loro negato. Istruite, e coltivate. Nel senso che bisognerebbe rifondare linguaggi e modelli, e rapporti di produzione e di potere, e abbattere un sistema intero affinché a tutte quante sia data la possibilità di “sentirsi” nel mondo, di parlare di se stesse attraverso se stesse e non attraverso i codici che la dipendenza ecomonica, sociale ed affettiva ha loro imposto, riducendo all’osso il loro linguaggio e il loro modo di percepirsi. Urge diffondere anticorpi contro l’annullamento dei senso di sé, il che equivale alla necessità di distruggere i rapporti di potere che a queste donne appaiono naturali e che riescono a riconoscere solo qualche volta, con grande fatica ed immenso sforzo. Ho più facilità a riconoscere una compagna ed una sorella in una qualunque di queste donne semianalfabete e disperate che in una qualunque signora nata bene con alle spalle una biblioteca di testi classici e il naso pronto ad arricciarsi davanti ad una citazione non consona. Le mie donne, a queste, je spicciano casa, spesso in senso letterale, ma hanno un’umanità ed una verità sconvolgente nella lro violenza, nella loro mancanza assoluta di filtri e di mediazioni costruite dal retaggio borghese ed autoreferenziale di molte femmniste virtuali.

Tutto questo pippone per dire solo che a volte mi sento una merda impotente di fronte all’inutilità e al velleitarismo di certe analisi che vanno bene giusto per uno status di facebook, una puntata dell’Infedele o per innescare una polemica accademica tra professoresse e giornaliste col culo al caldo.  E questo è quanto (ovvero: una cosa scritta coi piedi ma che dovevo assolutamente dire prima che facesse giorno.)

In attesa dell’apocalisse zombie (perché io coi maya non voglio avere niente a che fare) che mi colpirà in treno verso la Terronia. I raccolti di Farmville marciranno e le notifiche si accumuleranno, mi perderò sterili e pretestuose polemiche, gare di insulti e paraculismo e altre cose belle ma oh!, vado a rimettere su un paio di chili da mammà. Prima però, tanti auguri blasfemi a chiunque abbia la pazienza, la tenacia psichica e il pelo sullo stomaco per leggersi i miei delìri, sopportare la mia ipocondria, gli sbalzi d’umore, l’instabilità e l’inaffidabilità che contraddistinguono i miei spazi virtuali (pure quelli reali non scherzano, ma di questo potete avere solo un’idea molto più vaga).

la bestemmia definitiva

E insomma ho fatto questo sogno in cui ero seduta ad un banco e dovevo sostenere quest’esame per vedere qual era il mio grado di femminismo ed in che misura l’avevo applicato nella mia vita, se ero una femminista coerente e meritevole di essere definita tale. Io sudavo freddo e mi sentivo in colpa perché ripercorrevo la mia vita e vedevo tutti i buchi, le toppe, i proclami senza seguito, le rivendicazioni a parole e l’incapacità – seguita da frustrazione – di aderire nella pratica a tutti i miei convincimenti, pensavo a cose tipo autonomia, autodeterminazione, dignità nella libertà, indipendenza, responsabilità, desideri, e pensavo ma io questo test non lo passerò mai, e dovrò solo andare a rinchiudermi e non farmi più vedere in giro, non scrivere più manco mezza parola e tacere per sempre, perché sono stata una parolaia, una che ha predicato bene e razzolato male, all’ombra di tutti i miei alibi e le mie deleghe – dolorose, ma sempre deleghe – e la mia vigliaccheria e poracciaggine. Senonché, mentre in un millesimo di secondo facevo tutte queste considerazioni, succedeva che tentavo di aprire la busta che conteneva il foglio con le domande, ma la busta non voleva saperne di aprirsi, riuscivo a scollare i bordi al centro ma gli angoli rimanevano pervicacemente appiccicati tra loro, e io mi sforzavo di tirare fuori il foglio d’esame, ma niente, riuscivo a tirarlo fuori sì e no per un paio di centimetri, e intanto il tempo passava (nessuno mi aveva assegnato un tempo, ma io sapevo che c’era) e io lottavo con la busta di carta, sempre più frustrata e in fondo un pochino sollevata, perché pensavo: se non riesco a tirar fuori quest’affare dalla busta, non dovrò rispondere alle domande e nessuno saprà mai che razza di merda io sia. Però continuavo lo stesso nei miei tentativi, perché in fondo mi dispiaceva non provarci nemmeno e covavo la speranza segreta che forse, dopo aver letto le mie risposte, mi avrebbero convocata per chiedermi di spiegarmi meglio, per raccontare perché le cose mi erano andate così male, perché mi ero ridotta da piccola giaguara dell’antagonismo tiberino a randagia in gabbia, per di più volontariamente e dando seguito a ragionamenti difensivi che all’epoca m’erano sembrati lucidissimi e che mi sembrava rappresentassero la salvezza. Volevo raccontare la mia versione, parlare delle cose che mi avevano fatto paura e di tutto quello a cui avevo acconsentito negli anni solo per sentirmi un pochino più al sicuro. Volevo parlare dell’invisibilità, della precarietà, del non sapere, dell’oggi qui domani pure o forse non lo so, dipende da quanto male sto. Volevo spiegare perché il delorazepam nell’armadietto, volevo spiegare che era per sentire la colpa ancora più forte, perché niente ti accusa così spietatamente come una boccetta di vetro scuro e niente rispecchia meglio il tuo fallimento. Poi mi sono svegliata, senza aver fatto l’esame, piena di rimpianto e ancora sbigottita per non esserci riuscita, e non sapevo se essere contenta che si fosse trattato solo di un sogno o di rammaricarmi per aver perso l’occasione di prendere finalmente la parola, e intanto avevo un dolore terribile alle vertebre lombari, come se un cinghialotto ci fosse stato seduto sopra durante la notte, il braccio destro addormentato (le braccia mi si addormentano e le mani mi fanno male alternativamente due-tre volte ogni notte) e il dolore cronico in c7-c8 (un punto del cazzo, si rischia l’ernia cervicale) che mi porto dietro da dodici anni ormai, e che ancora aspetta una risonanza che non riesco a pagarmi, per vedere se c’è lo schiacciamento del midollo tra le vertebre. Il mio farmacista dice sì, lo diceva anche la mia fisiatra da cui non vado più, santa donna. Lo penso anch’io ma che devo fare? “Sei pallida” mi hanno detto appena alzata, “Vero” ha fatto eco qualcuno, e allora mi sono fatta un caffé alzando le spalle, ho fumato la prima sigaretta della giornata e ho continuato a far finta di niente. Tanto l’esame non l’avrei passato.