Il vento e mia nonna

Stasera ho risentito dopo anni l’odore di mia nonna.

Lo scirocco che soffia stanotte, e che non sentivo così forte e paralizzante da anni, mi ha riportato il suo odore.

Un odore antico, di legna umida e di vestiti scuri scaldati dal fuoco. Mi ha colpito all’improvviso.

Sul momento non ho realizzato che era semplicemente scirocco. Ho pensato che era arrivato il momento tanto temuto della dementia precox, saltando a pié pari l’ipotesi di un miracolo, ché non mi si confà. Ho realizzato all’improvviso, nell’attimo in cui questa madeleine atmosferica mi ha invaso le narici ed il cervello, che mia nonna odorava di vento. Sapeva di vento. Alla sensazione olfattiva si è unito immediatamente il ricordo visivo. L’odore – e la visione – della sua lunga treccia bianca, da cui ero affascinata e che non ho mai avuto il coraggio di toccare per paura di rovinarla. Qunado mia nonna si scioglieva i capelli, rifaceva la treccia e l’avvolgeva stretta su se stessa dietro la nuca sembrava una bambina. Mi facevano tenerezza i suoi gesti goffi, le mani nodose, l’espressione concentrata e un po’ leziosa. Poi si copriva la testa col fazzoletto nero – donna del Sud, arcaica e dura ed imperscrutabile, ferma ed inamovibile come le pietre del suo paesino milenario – e ritornava ad essere la nonna arcigna e taciturna di sempre.

Mia nonna stava ferma vicino al fuoco o seduta al tavolo, oppure camminava, camminava veloce attraversando in lungo e in largo tutto il paese. Altre attività, non gliele ho mai viste fare. La vedevo poco, e con gli anni l’ho vista sempre più di rado, complici anche le colossali litigate interne al clan. Quindi io me la ricordo in queste due sole versioni: quella statica e quella dinamica. Non mi ricordo discorsi, giochi, raccomandazioni, sgridate, ricette. Parlava pochissimo. Ed era assolutamente incapace di avere a che fare con i nipoti. Le mettevi un bambino in braccio e lei stava lì ferma senza sapere cosa farci, lo guardava e lo riguardava e rideva tra sé e sé ricordando chissà cosa. Una bambina, neanche tanto intelligente, con la sua bambola.

Pare sia stata – a detta della mia – una pessima madre, tanto prolifica quanto assente e disinteressata, insensibile alla sorte della nidiata di ragazzini e ragazzine che aveva messo al mondo in collaborazione con il mio nonno scapestrato e ribelle. Una coppia che per me è stata sempre un mistero ma che in qualche modo mi sembrava unita, al di là della sua strana distanza e freddezza, da qualcosa di ben più potente ed intangibile, qualcosa che avevano conosciuto solo loro. Poi magari mi sbaglio e sto romanzando; magari erano semplicemente fatti l’uno per l’altra perché entrambi superficiali ed irresponsabili, e troppo pigri e disinformati, negli anni ’50, sulla contraccezione. Però avevano un che di bohèmien nel loro disinteresse ostentato ed egoista per tutto ciò che riguardava la famiglia, il lavoro ed i figli, e nel modo con cui convivevano con la povertà come se fosse un dato naturale e di poco conto. L’atmosfera scombinata che trovavo da loro la preferivo di gran lunga a quella stolida e stagnante dell’altro ramo della famiglia. Una noia mortale, lì. Non succedeva mai niente.

A casa di mia nonna invece, un grande appartamento di un caseggiato di edilizia popolare di fine anni ’70, c’era un gran disordine, sia materiale che mentale. Un corridoio lunghissimo disseminato di porte che si aprivano su stanze stracolme che ospitavano una collezione di esaurimenti nervosi, depressioni endogene ed esogene e deficit caratteriali così variamente assortiti ed intergenerazionali che non potevano di certo annoiare una ragazzina ipersensibile e ricettiva come me. La casa mi sembrava enorme, a me piccolina, e sapevo che in ogni stanza avrei trovato uno zio o una zia con una nevrosi diversa ed una manìa differente (per dire, ho avuto uno zio che per anni ha tentato di essere il sosia di Stallone e si è comportato di conseguenza.) Uno spasso. Un’immersione nell’umanità (e disumanità) di un sottoproletariato dei primi anni ’80 che da sola avrebbe zittito qualunque etnografo meridionalista. Sarebbe stato un paradiso scientifico sia per De Martino che per Basaglia.

Mia nonna l’ho vista l’ultima volta qualche anno fa, già consumata dall’Alzheimer. Pesavamo uguale, quarantatré chili. Lei perchè non riusciva più a mangiare, io perché ero sfinita dall’assistenza a mio padre malato. Siamo state per un paio d’ore sedute vicine, quasi senza parlare, lei avvolta in una coperta, io con la schiena appoggiata ad un calorifero tentando di far decelerare i miei pensieri per qualche ora. Fuori, la neve. E poi dal nulla lei se n’é uscita dicendo qualcosa. Tre parole. Che significavano esattamente quello che il loro senso letterale significava, ma volevano dire anche altro, e che mi hanno fatto un male cane. Significavano che io non mi appartenevo, che non c’ero per me stessa, che non ero mia, e che non avevo fatto nulla per porre rimedio. Che non ero nulla nemmeno rispetto a tutti gli altri. Che ero irrimediabilmente indietro, in ritardo, fuori dai giochi. Mi ha detto quello che si dice ad una persona che non ce la fa, non per schernirla ma per mera constatazione. Un puro dato di fatto, un’informazione razionale. Una vecchia annichilita dalla demenza che in tre parole  – dette perfino in modo dolce – scolpisce nel cervello di una nipote non ancora trentenne una verità cruda, enorme ed inconfutabile, ed infligge un dolore misto a stupore ed impotenza. Quanto l’ho amata per quelle parole. Credo di aver sentito una cosa che sento raramente, un barlume di senso di appartenenza, di radicamento. Come se lei mi avesse seguita e conosciuta di nascosto. Come se io avessi riconosciuto il mio albero, o avessi tra le mani un pezzetto finalmente tangibile di qualcosa di vagamente simile ad un’identità.

Per chiuderla qui, mia nonna non è ancora morta. Non so cosa l’Alzheimer stia facendo di lei, a che punto sia lo scempio. Non so nemmeno se mi riconoscerebbe. Ma sono sicura che se lo facesse, mi inchioderebbe di nuovo come quel giorno, non lasciandomi più nessuna via di fuga dalla presa di coscienza.

2 commenti
  1. Sono un mostro. La prima cosa che ho pensato è stata: “Insomma ha sentito puzza de vecchio”.
    La seconda cosa che ho pensato però è stata che questo brano è bellissimo.
    E se è riuscito a far breccia anche nella sensibilità di un mostro affetto da smania di dissacrazione del poetico, significa che è veramente scritto da paura.

    • Lo sapevo, io, che qualcuno avrebbe scritto ‘sta cosa, perché sono stata io la prima a pensarla. Leggere di puzza di vecchio non è esattamente la stessa cosa della madeleine proustiana – d’altronde non mi posso permettere di puntare così in alto – però sono contenta che tu l’abbia apprezzato comunque.

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