Di fase REM, di politica e di irritazione delle pareti gastriche

Il sogno era così reale che sono riuscita a sentire l’odore dell’erba quando ho aperto la bustina, mentre si chiacchierava del più e del meno: i sensi erano così acuti che ho percepito la trama della stoffa di una maglietta sotto le dita mentre cercavo vicinanza ed intimità. E poi nel sogno ero più giovane, con meno rimpianti e meno dolori. Si parlava di politica, di gente dei collettivi, si sorrideva appena, come se fossimo anziani saggi. Prima di arrivare fin lì, avevo attraversato una sorta di città-suq sviluppata in altezza, salendo faticosamente gradone dopo gradone, dove si affacciavano vie e mercati, fino ad arrivare in alto dove c’era una meta che sapevo mi rendeva felice. Man mano che salivo avevo comprato dei regali da portare con me: cibo, un cucciolo di cane ed una tazza con scritto “porcodio” che mi era sembrata bellissima – non so perché – e particolarmente adatta come regalo  per un invito a cena.

Ora, non voglio dire che i pici toscani col sugo all’aglio di ieri sera c’entrino qualcosa, però insomma.

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