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Il corpo morto di Carlo Giuliani è patrimonio politico collettivo.

Io rivendico Carlo Giuliani come un “mio” morto, mio e di tutte le compagne e i compagni con cui ho condiviso idee e pezzi di strada. Lo rivendico come compagno che non ha voltato le spalle, non è fuggito ed è rimasto solo di fronte all’avanzata dei defender lanciati contro la folla inerme. Non dirò mai che “si stava solo difendendo”, come vuole la vulgata buonista, o che ” era un imbecille violento perché in piazza non ci si va con i sampietrini in mano” e se ci vai a volto coperto significa che stai preventivando di commettere un reato.

Rivendico il diritto di dire che la morte di Carlo Giuliani è stata una morte politica nel senso pieno del termine, perché dovuta ai rapporti di forza presenti sul campo quel giorno e alla situazione politica globale che aveva determinato per il movimento l’esigenza condivisa di ritrovarsi a Genova.

Rivendico il diritto di dire che l’assassinio di Carlo è stato colpa di chi ha dato gli ordini e di chi ha eseguito gli ordini, senza distinzioni e senza nessuna concessione pasoliniana alla retorica dei poliziotti figli del popolo. Chi dice che Carlo Giuliani “sapeva cosa stava andando a fare”, allora deve saperlo anche a proposito di quelli che erano lì pagati per sparare sulla gente.

Oggi è esattamente come undici anni fa.

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