Someone shot our innocence

Dieci persone – di cui cinque rinviate a giudizio per un’attenuante – ritenute colpevoli di saccheggio e devastazione, secondo il codice fascista Rocco. La magistratura ha ritenuto che devastazione e saccheggio fossero qualche cassonetto rovesciato, qualche vetrina infranta, un paio di carrelli per la spesa. – Ma cosa c’era, poi, da saccheggiare, in una città militarizzata, blindata, in cui tutti i negozi erano serrati? – I feticci capitalisti non si toccano. L’inviolabilità delle merci è sacra. La violenza del potere è sempre giustificata, a prescindere dai rapporti di forza. Questo il succo della sentenza di oggi, al di là di ogni retorica. Ed in nome di questa presunta inviolabilità, hanno ritenuto legittimo prendersi la vita e la libertà di dieci persone, mentre i picchiatori fascisti fanno carriera nell’ordine pubblico. Qualunque interpretazione diversa da questa è pura ipocrisia.

Ma chi c’era lo sa, si ricorda che la devastazione è stata portata a Genova dai defender lanciati a tutta velocità contro la gente assiepata ai bordi delle strade, asserragliata nei vicoli. La violenza è stata la consapevolezza di essere tenuti sotto tiro dai cecchini sui palazzi e sulle motovedette. I violenti di Genova erano e sono ancora in divisa. Chi manganellava e pestava, chi ha torturato ed umiliato, chi ha minacciato di stupro le donne. Chi ha spaccato teste ed ossa, chi ha ucciso Carlo a sangue freddo, e gli è passato sul corpo e poi ha urlato” Sei stato tu, col tuo sasso”.

La violenza è Stato, lo Stato è violento. Ha perpetrato violenza, devastazione e saccheggio undici anni fa, quando Carlo è morto, e poi quando ha archiviato il processo per la sua morte, ed anche una settimana fa, quando la giustizia si è limitata a dare uno scappellotto ai vertici della Polizia ed un buffetto ai torturatori di Bolzaneto. La violenza è di Stato oggi, perché dieci persone sono state giudicate colpevoli di reati ridicoli, per chiudere i conti con il passato, sigillare la verità con un macigno e archiviare tutto alla voce “I violenti pagano”.

Ridatecele queste dieci persone, ché sono noi, sono trecentomila, sono io. Sono ogni salto spiccato per liberarsi da una presa guantata, ogni schivata di manganello, ogni corsa a perdifiato verso la salvezza di un portone, ogni colpo in faccia ricevuto da uno scudo, ogni calcio in testa e nelle costole. Sono ogni limone spremuto, ogni fazzoletto passato sul volto sudato ed ogni sorso d’acqua condiviso con il vicino, ogni mano stretta nella corsa e tutte le lacrime di rabbia che abbiamo versato in undici anni, e tutto il veleno che continua a scorrere.

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