Brucho

“Io so’ cresciuto a whisky e heavy metal”. Così esordiva Brucho quando si presentava, ostentando un teschio indiscutibilmente brutto tatuato appena sotto l’omero. Era un operaio, all’epoca. Poi si autodefiniva, nell’ordine: bluesman, stalinhippy e poi di nuovo metallaro. I presupposti per la rottura del nucleo psicotico c’erano tutti. Fece la sua comparsa all’occupazione portandosi dietro una chitarra blues ed un taglio di capelli retaggio degli anni ’90. E non si mosse più da lì. Il suo ruolo era: stappare lattine di birra, inventare riff e assoli sul momento, uscirsene con asserzioni imbarazzanti, crearsi il vuoto pneumatico intorno, fare da autista ed accompagnatore ai 3/4 delle donzelle non automunite del posto, rimediando sempre e solo un “grazie Brucho, se domani sera sto di nuovo a piedi ti chiamo”, boicottare infantilmente le riunioni del collettivo femminista – ché lui proprio non ce la faceva a salire al piano di sopra e vedere quella porta chiusa: la sua bisessualità dichiarata si sentiva esclusa, e per reazione la sua parte machista riemergeva e lo portava a comportarsi come un ragazzino che non è stato scelto da nessuna delle due squadre. Nelle assemblee rollava e racontava episodi della vita di Stalin, senza rendersi conto della schizofrenia implicita nella cosa. Se c’erano da fare le pulizie post-concerto, di solito di domenica, il suo contributo consisteva nell’attraversare la sala con uno straccio in mano, cercando un posto dove appoggiarlo e poi rimettersi a rollare e bere birra. Una volta disse “Stavolta pulisco tutto io. Dopo la chiusura. ” All’alba della domenica mattina si barricò nel centro sociale, raccolse un po’ di lattine vuote, cicche e cartacce, aggrovigliò alla meno peggio i cavi sul palco, diede una spazzata veloce, gettò uno straccio bagnato sul pavimento impastando terra, vino, cenere e vomito e poi, raggiante e soddisfatto per il lavoro, si sedette ad aspettare le reazioni degli altri. Alla fine arrivò una compagna, si guardò intorno e disse: “Ah però, ieri sera hanno sporcato meno del solito.” E, rimboccandosi le maniche “Vogliamo metterci all’opera?”. Ma Brucho non se la prese. Provava un piacere perverso ad assistere alle reazioni che seguivano i suoi gesti, di questo sono sicura. Sentiva di esistere, cercare di esistere attraverso il fastidio che generava nel prossimo. Era sempre meglio del nulla. Nel resto del tempo, Brucho si presentava a casa di qualcuno – ma prevalentemente la mia, che dividevo con My Lazy Valentine  e La Baronessa – con fumo, birre , chitarra e una pila di cd che masterizzava nell’internet point sotto in casa nell’attesa di un’ora decente in cui far visita. Si installava in cucina e non lo spostavi più. Suonava, parlava, beveva, fumava, schiacciava play e fast forward contemporaneamente e senza soluzione di continuità. Se non ne potevi più ma non ti reggeva l’animo di congedarlo (perché in fondo sapevamo tutti che era una persona molto sola, anche se insopportabilmente invadente), per rifiatare un attimo ti alzavi fingendo di andare in bagno o in camera. Lui si alzava a sua volta e ti seguiva come un automa, senza interrompersi o scomporsi. Continuava a parlare anche davanti ad una porta chiusa e senza ricevere segni di vita dall’altra parte. Anche per venti minuti. Giuro, cronometràti. Poi ti accompagnava a fare spesa, alla posta, a lezione, si fermava a cena, usciva per ricomprare le birre, le cartine e se ne andava solo quando aveva l’ego abbastanza pieno. Due o tre volte, in seguito ad asserzioni politicamente pesanti sfociate in discussioni estenuanti, l’ho sbattuto fuori di casa, per la  mia salvaguardia mentale. E non ero l’unica a ricorrere a questa misura. Ma sempre in amicizia, eh. Lui lasciava trascorrere qualche settimana, nel frattempo si dedicava ad importunare qualcun altro, e quando percepiva che ti eri un po’ ricaricato e che l’astio nei suoi confronti si era assopito, tornava alla carica.

Un episodio illuminante sulla sua personalità è quello che risale al Capodanno del 2002: mi telefonò a mezzanotte per farmi gli auguri e millantò di essere a Parigi, dove aveva trovato un musicista favoloso con cui stava facendo serate nei club. Peccato che il numero che era apparso sul mio display testimoniasse che si trovava a casa di sua madre.

Nelle manifestazioni era una presenza molesta ed inopportuna. Come quando durante un blocco stradale a Firenze apostrofò una vigilessa con un “Attacca la multa su ‘sto carico sporgente”, indicandosi le zone a sud e si ritrovò inseguito da una torma di compagne inferocite. O come quando a Napoli, a marzo del 2001, non trovano un nodo sufficientemente fashion per il fazzoletto che gli copriva il volto, si fermò, tutto concentrato, in mezzo alla strada, bloccando il passaggio di un’ambulanza che portava un ferito nostro.

Brucho si era invaghito di me a prima vista, ed ero il bersaglio privilegiato del suo bisogno d’attenzione. Non sembrava minimamente prendere in considerazione il segnale negativo costituito dal fatto che a me facesse schifo toccarlo – neanche una stretta di mano e un bacio sulla guancia gli ho mai dato, come agli altri amici. Quando me lo trovavo intorno mi sembrava di indossare dei guanti invisibili. Lo trattavo di merda e gli tiravo le dame cinesi in testa da dietro il bancone del bar del centro sociale ogni volta che diceva una cazzata ed io ero così sfortunata da udirla. Lo sopportavo perché era solo, perché era il prodotto di una storia familiare squallida, perché in fondo, al di là di tutto, si spendeva per tutti noi (a modo suo), perché era gioviale e non si arrabbiava mai (ma solo per farsi accettare). I nostri rapporti si interruppero per molto tempo quando un pomeriggio mi prelevò da casa, mi chiese di accompagnarlo a fare dei giri e mi catapultò in una situazione surreale. Cominciò un tour del grottesco che durò fino a sera ed in tutto un centinaio di chilometri e più. Visitammo diversi borghi della zona. In uno, mi portò in un baretto di metallari alcolisti di mezza età a cui mi presentò. Poi a casa di sua madre. Poi di una parente della madre. Poi di un amico d’infanzia del paesello, con moglie, figlia e galline. Poi, non mi ricordo più, sono passati più di dieci anni. E sempre la stessa scena, in ognuno di questi posti: tutti sorridevano a me e annuivano a Brucho, solenni e quasi commossi. E io, che non ci capivo niente, mi grattavo la testa e dicevo bah tra me e me, chiedendomi che significava quel giro di visite di cortesia e perché lo stavo accompagnando. Ad un certo punto, sulla strada del ritorno, mi venne un’intuizione e capii: Brucho aveva organizzato tutto. Era una cosa pianificata, un povero tentativo di farmi passare per la sua ragazza (e infatti, per rendersi credibile, aveva dovuto portarmi fuori città). Ero stata portata in giro ed esibita come una sacra sindone. Il tutto a mia insaputa, ben dieci anni prima che fosse una cosa così up to date, come oggi. Feci alcune domande indagatorie, prendendola alla larga nonostante la rabbia che montava, ed il risultato fu che Brucho cominciò a parlarmi di sé e dei suoi sentimenti verso il mondo, le persone e me , con le lacrime agli occhi, continuando a guidare e saltando le uscite della superstrada, e andò avanti così per un’ora  e passa, durante la quale non so quante volte entrammo ed uscimmo a caso dalla E45 senza scopo e senza direzione. Non mi ricordo neanche una parola di quello che disse, il cervello mi si chiuse all’istante nell’attimo in cui realizzai che il succo della questione era che lui “mi amava”, se così si può dire. Diventai di pietra e non mi mossi più dal mio angolino tra il sedile e il finestrino. Se avessi potuto, sarei letteralmente rotolata fuori dalla macchina. Lasciai che lui continuasse a parlare e lacrimare insieme e quando mi resi conto che aveva recuperato un minimo di padronanza di sé mi feci portare a casa. Piangeva ancora come un vitello mentre richiudevo lo sportello dietro di me. Quel giorno entrò negli annali come uno dei pomeriggi più di merda della mia vita.

Qualche tempo dopo Brucho si eclissò. Diceva che aveva trovato un gruppo con cui suonare ed una ragazza. La ragazza la vedemmo tutti, quindi esisteva, solo che sembrava un ragazzino di tredici anni e si vestiva anche come un maschietto tredicenne. Invece ne aveva ventiquattro, ed era abruzzese ( non che questo conti ai fini dell’economia del racconto, ma due parole su di lei dovevo pur dirle). La verità, però, era che Brucho si stava infognando sempre di più non solo con l’alcol, cosa nota ai più, ma anche con certe altre sostanze. Al centro sociale quasi ogni giorno passavano a cercarlo tipi loschi  che gli lasciavano messaggi minatorii. Capimmo che doveva soldi a metà del sottobosco delinquenziale della città, e ci preoccupammo, ma era difficile sapere con certezza cosa stesse combinando, perché lui ci depistava continuamente. Poi sparì. Per mesi. Completamente. La sua auto fu ritrovata più a nord, sul ciglio di una strada ai confini con l’Emilia. Di lui nessuna traccia. Mesi di ricerche. La madre contattò “Chi l’ha visto?”. Io lo seppi da mio padre, che una mattina mi telefonò e mi disse”Ieri sera hanno parlato del tuo centro sociale, dicono che è scomparso un ragazzo che faceva attività lì con voi.” A testimonianza di ciò, esisteva fino a pochi mesi fa ancora la pagina web dedicata a lui sul sito della trasmissione, con foto e dati e tutto. Una foto bruttissima. Se fosse rimasta online, vi avrei fornito il link a pagamento per alimentare la vostra curiosità perversa di lettori e cominciare a mettere da parte i soldi per la videocamera. Ma non si può più fare.

Trascorse un anno e mezzo circa. Un pomeriggio tornavo dal parco e da lontano scorsi Sergio, un compagno, con accanto quello che a tutta un prima mi sembrò un* tizi* alle prese con le prime fasi di una transizione di genere. Jeans da donna aderentissimi, un magioncino anni ’80, caschetto biondo platino e baffo nero alla Freddie Mercury. Però con qualocsa di familiare, e Sergio sorrideva compiaciuto e ammiccante mentre mi veniva incontro. Quando la coppia fu a dieci metri, nei panni del trans riconobbi Brucho. Mi lasciai talmente andare alla contentezza di ricederlo vivo che per la prima  volta gli diedi alcune pacche su una spalla. Sempre a distanza, però. Lui, come al solito, lacrimava. Ma rideva anche, stavolta. Raccontò che era scappato a MIlano, aveva suonato per strada, poi una tipa l’aveva raccattato e tenuto nascosto da lei per un po’ e avevano avuto una travolgente storia d’amore. Che era finita nel momento in cui lui aveva deciso che le acque si erano calmate e, soprattutto, aveva trovato il modo di ripianare i buffi che aveva lasciato. Così Brucho tornò. Ma meno assiduo di prima, meno coinvolto. Sempre lo stesso, ma ancora più solo. E poi fui io ad eclissarmi, quindi non ebbi notizie di lui per un bel pezzo, tranne telefonate o visite sporadiche ed annoiate. Ma erano anni brutti per me (allora pensavo fossero belli), quindi non gli prestavo attenzione e lo sopportavo sempre meno, dopo la sotria di quel pomeriggio. Starlo a sentire, ascoltare i suoi discorsi ripetitivi era diventato faticoso per me. Mi toglieva un sacco d’energia, ed a me serviva tutta per cercare di tenere sotto chiave la mia ansia e starmene ben protetta in casa mia. Qualche anno dopo ci ritrovammo, on altri compagni un po’ cani sciolti, dopo che le cose al centro sociale avevano iniziato a cambiare in peggio. Lavorammo, per un periodo, nello stesso call-center, e quando me ne andai da casa del mio ex, lui e la sua tipa mi ospitarono per qualche settimana. Adesso che sono via già da un po’, sento Brucho solo quando qualcuno di quelli che conoscevamo viene perquisito, arrestato o muore per qualcosa di brutto. A volte ci scriviamo per chiedere come va e dirci che bisogna organizzare una rimpatriata. Ed è una cosa un po’ triste.

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