Ricominciano le trasmissioni?

Io sono come i gatti, che quando stanno male vanno a nascondersi per soffrire in silenzio ed aspettare la morte. Ovviamente, io non sono arrivata a questo punto – anche se ho passato più di un giorno in cui l’essere deceduta mi sembrava tutto sommato un’alternativa preferibile allo stato di cose – però per colpa dell’autoisolamento imposto mi sono persa la notizia della seconda gravidanza di un’amica*. Ed è inutile che io continui a negarlo a me stessa, ormai sono entrata in una fase in cui certe cose smuovono emozioni e sentimenti che devono ancora trovare una codificazione.

Io sono una persona tendenzialmente cinica e pessimista, per cui ho cominciato precocemente a rinfacciare ai miei genitori di avermi messa al mondo senza consenso, per puro egoismo, distrazione, noncuranza o non so che altro – non ho mai indagato. Mi ci sono arrabbiata davvero, su questa cosa, molto prima di avere le crisi adolescenziali che tutti hanno attraversato.

In seguito, ho sempre pensato che a me l’ansia da riproduzione non sarebbe mai venuta, che non era necessario che io ed un altro essere ci perpetuassimo e ci proiettassimo nel futuro attraverso un’altra creatura che sarebbe stata una combinazione acrobatica e casuale dei nostri geni. Non due metà o una somma, ma una cosa diversa ancora, molto più complicata e meravigliosa. Questo è abbastanza affascinante e spaventoso da far tremare le gambe a chiunque. E poi, io con due bambini già ci vivo, e so cosa sono le notti insonni, le urla, la febbre alta, la pipì addosso, le spese continue, il senso di inadeguatezza, il non sapere cosa rispondere, il far finta di non essere stanchi perché devi sempre e comunque essere una roccia, grande e forte, a cui loro possano aggrapparsi nei momenti di insicurezza. Lo so benissimo, cosa comporta avere bambini da questo punto di vista. Per di più, la mia visione del futuro è distopica ed apocalittica. Le risorse sono finite, lo spazio pure, acqua, aria, energia, sono in mano ad oligarchie multinazionali, le democrazie sono fantocci, cane mangia cane e via dicendo. E la paura del parto? Io ho una soglia di tolleranza del dolore fisico prossima allo zero, sono piena di acciacchi e cagionevole, come posso pensare di dilatarmi ed espandermi fino a far uscire un’altra persona da me? Lasciamo perdere tutto in partenza, mi sono sempre detta. Ora, quale persona razionale potrebbe desiderare di riprodursi portandosi dietro un simile carico di angoscia planetaria? Il concetto di fondo (ma forse è anche un alibi) è riassumibile in “having children now days is like renting a room in a burning edifice“, che credo renda abbastanza l’idea.

Inoltre, finora mai in vita mia ho guardato un uomo e ho pensato: “Sì, lui potrebbe essere un padre. IL padre. ” Non l’ho mai pensato neanche di quello che è stato con me e con il quale ho vissuto tutti i giorni per sette anni. Mi sono sempre chiesta come si faccia a sapere prima una cosa del genere. Ti devi fidare ciecamente, suppongo, e affidarti all’istinto ed alla conoscenza. E mi sono convinta, ultimamente, che questa cosa sia un’epifania, una scarica elettrica a fior di pelle, un nanosecondo in cui il cervello subisce un micro corto-circuito e fai appena in tempo a renderti conto di ciò che hai pensato (“sì, si potrebbe”) che già ti stai prendendo mentalmente a schiaffi nei denti per l’impudenza di averlo fatto e ricacci indietro il pensiero. Ad aggravare il quadro clinico, c’è il fatto che la settimana scorsa ho compiuto 32 anni, e che da qualche settimana ho cominciato a fare sogni in cui senza tante metafore il senso di fondo è la generazione, la nascita, l’incubazione, la maternità, il nuovo. Non volendo prendere la cosa alla lettera, mi sono adagiata sulle spiegazioni che vogliono questi tipi di sogni non necessariamente legati alla riproduzione ma più in generale relativi a cose come individuazione, evoluzione dell’identità eccetera. Mi serve per mettermi la coscienza a posto, per stare in guardia e con l’orecchio teso ai ticchettii dell’orologio biologico di merda, ché sto pronta a sfasciarlo a martellate appena lo sento, ed ho tutta una serie di motivazioni indistruttibili per farlo tacere, che vanno da quelle precedentemente elencate a cose più specifiche legate a precarietà, instabilità, condizioni materiali esistenti. Penso che se dovessero venirmi in mente idee malate, potrei ricacciarle indietro semplicemente elencando come un rosario tutti i motivi puramente pratici per cui un figlio non posso permettermelo: non posso dargli una casa, non posso garantirgli che io abbia un lavoro e la possibilità di curarlo, non posso garantirgli che non sarei costretta a lasciarlo solo, non ho una famiglia che possa sostenermi. Però, penso anche, potrei dargli il cerchio delle mie braccia, che mi fanno male ogni volta che vedo un neonato, come se subissero la mancanza di un peso desiderato. Potrei dargli me stessa, ma mi sembra un po’ poco, dati i casini che riesco a combinare e l’instabilità che riesco a produrre in chiunque mi stia accanto. Potrei amare, e basta, senza tante storie. So che mi verrebbe naturale, e che sarebbe al sicuro con me.

E poi: forse finora ho fatto solo cose sbagliate, forse potrei cambiare, è il pensiero maligno che alligna nel centro della pancia e del cervello. Forse lo potrei anche fare, se scattasse la molla giusta, e le condizioni fossero giuste, e se il calore che si sviluppasse fosse quello adatto, penso –  e sento – contro la mia volontà. Se, se, se. Con i se non si fa nulla, ma mi riscalda lo stesso il cuore pensare che potrei essere me stessa ma diversa, esposta ad emozioni ancestrali contro cui il controllo mentale eretto come una barriera non può più nulla e di fronte alle quali le remore razionali, le difese, le scuse, crollano e si sgretolano come palazzi minati alla base. Sarebbe stravolgimento e rivoluzione, sarebbe come vivere la presa del Palazzo d’Inverno. Sarebbe come sbaragliare un esercito nemico ed issare una bandiera rossa di trionfo sul fortino delle mie paure, sarebbe dare a me e a qualcun altro la possibilità di sperimentare amore incondizionato, e di ricevere in cambio purezza, gioia e sorrisi e baci umidi che ti trafiggono il cuore e lo stomaco e ti fanno venire le lacrime agli occhi anche se fingi di essere una specie di Terminator. Ma non capisco perché, tutto questo mi fa venire paura che siano tutti pensieri egoisti. Mi fa temere di essere solo in balìa delle esigenze della mia specie, di rispondere, cieca, ad un istinto animalesco senza tener conto delle conseguenze possibili, del dolore che potrei eventualmente creare. Mi sento colpevole solo a pensarci. Ho paura del desiderio. Ho paura di poter un giorno, tra non molto, arrivare a volere questa cosa in maniera così forte da considerarla prioritaria, e ho paura di arrivarci da sola, di non poter condividere niente di tutto questo con nessuno. Non è sbagliato, succede, è una scelta o una necessità. Ma penso: prima da sola, poi due e poi tre. Tre e non più uno: dev’essere bello, anche se si complica tutto, si moltiplica tutto, si amplifica tutto. Potrei reggere tutta questa pienezza? Ho abbastanza spazio, e forza, e volontà, e capacità di scelta, d’amore e d’impegno per farlo? In sostanza: il momento di ammettere questa possibilità e non rifiutarla più a priori, sta arrivando o no? Non so se è una questione di resa davanti alla biologia, alla storia umana, di senso di incompletezza, di inquietudine, di vecchiaia incombente, di problemi non individuati e non risolti. Magari è tutto questo, Magari è solo la percezione di un cambiamento normale che per me è difficile accettare, l’intravvedere una possibilità, il bisogno di conferire senso e non buttare via quel poco di buono che può esserci in una vita come la mia.

 

 

P. S. Vi abbiamo appena presentato “come sputtanarsi intimamente sul proprio blog dopo un mese e mezzo di silenzio”

*grande Sibia!

9 commenti
  1. fresne ha detto:

    Beh, hai un compagno, parlane con lui..

  2. Sibia ha detto:

    sicuramente la gravidanza ti mette a contatto con il tuo essere più profondo, ti costringe a tuffarti nelle tue profondità e a prenderti in mano.. ti fa tirare fuori lati di te sopiti da tempo, di rende forte e debole allo stesso tempo. Ma quel che ne esce è un’altra te, che evolve in continuazione poi, non è mai fissa. E’ sicuramente un’esperienza senza pari ^_^

  3. ti ho già detto di là quanta parte hanno avuto i nostri scambi nell’ispirarmi questo post… grazie ancora :)))

    • No no no. Non farti venire strane idee: è buona la prima. Procreare è il più grave errore e la più grossa cazzata che una persona possa commettere.
      Ogni volta che ti vengono strane idee, scrivimi ed intervengo io a riportarti sulla retta via.
      Ma dico: vogliamo davvero condannare un altro individuo all’esistenza? Per di più per riempire nostri vuoti? Vogliamo davvero crearci problemi da risolvere? Vogliamo davvero diventare ancor più schiavi e ricattabili?
      Ogni volta che ti viene voglia di fare un figlio, pensa alla scuola e al lavoro che dovrà sorbirsi, alla asperità e alla morte che gli toccheranno in questa galera chiamata vita, al mutuo e ai sacrifici immotivati che dovrai sobbarcarti tu per sfamarlo e crescerlo, e vedrai che ti ricorderai che il regalo più grande che tu possa fare a lui e a te stessa è non metterlo al mondo.

  4. Ma io queste cose le so! …le so! Razionalmente so tutto, sono d’accordo con te su tutta la linea, le cose che hai elencato sono i miei princìpi guida da una vita. Così come so perfettamente che è necessario chiedersi se un figlio non sia solo un riempitivo, una sostituzione, una proiezione di sé o un giocattolo carino. Lo so che c’é gente che fa un figlio così come si comprerebbe un suv o si farebbe una mastoplastica additiva.
    Questo se rimaniamo sul piano della lucidità, dei fatti incontrovertibili e della logica pura.
    Però la pancia è un’altra cosa (non riesco ad evitare il gioco di parole), e dice cose diverse. Mi spinge a valutare anche l’opposto, o almeno a prendere in considerazione la possibilità di farlo, forse, un giorno lontano, magari, chissà, se, se e poi ancora se, in barba a tutto il resto. Fantasticheria, speculazione, desiderio, voglia di sperimentare, biologia, richiamo della foresta, vai un po’ a capire de che se tratta…

    • Penso che la spiegazione sia la buona vecchia paura di morire. Ce l’abbiamo tutti, e la procreazione fa parte dell’autoconservazione: siccome l’individuo che generiamo è materialmente un pezzo di noi, essendo un nostro spermatozoo ed un nostro ovulo sviluppati, ci dà l’illusione di immortalità. Continuando la specie, eterniamo noi stessi.
      Come dire, qualcosa di noi resterà, non paghi della vita che abbiamo già dovuto vivere.
      In fondo anche io qualche volta fantastico su come sarebbe avere un paio di figlie con Stoya.

  5. Se ne parliamo in senso specistico (ammesso che io stia usando correttamente il termine) e biologico, forse sì, è vero. Tendiamo alla perpetuazione della specie, senza dubbio. A livello strettamente personale ho qualche difficoltà a scendere su questi temi. Immagino che succeda perché mi costringono a specchiarmi e a guardare cose che ancora non voglio vedere (e scusa il tono serioso).

    Oh, digiti Stoya e ti si apre un mondo. Dovevo fidarmi dell’intuito, senza googlare oltre.

  6. Ah, te lo dico qua: il tuo post-celebrazione su Refn è oro colato, compresa la scena che hai inserito, la mia preferita di Bronson in assoluto e forse dell’intero cinema di Refn.

    • Tu sì che mi dai soddisfazione. D’altronde che ho buongusto dovrebbe ormai essere assodato: il fatto che considero Stoya la donna perfetta ne è la prova definitiva.

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