For God’s sake!

Premessa: in studio riceviamo quasi quotidianamente curricula di giovani e meno giovani che vorrebbero lavorare da noi. Arrivano da tutto il mondo, a volte con dei portfolii di tutto rispetto, a volte con delle cagate immani. Una ragazza dei dintorni di Nottingham, poco più che ventenne, ha insistito in maniera particolare per fare quest’esperienza all’estero prima della laurea. Ci ha veramente tempestato di e-mailz e richieste. Dopo una decina di giorni di prova la scorsa estate, si è incaponita a tornare ancora e ora si è insediata, con sua grande soddisfazione. A quanto pare, siamo ‘na cifra rinomati. O magari le è piaciuta l’atmosfera da comune bohémienne – che dall’esterno sembra bohémienne, ma noi sappiamo che si tratta di un tripudio generalizzato di esaurimenti nervosi e di un’amalgama particolarmente ben riuscito di varie psicopatologie. Dunque, dicevo che si è insediata. E questa cosa ci sta destabilizzando. Credevamo nell’apporto di energie nuove, nello scambio culturale. Criticavamo l’università italiana e le riforme neoliberiste per lo sfacelo che stanno producendo. Bene, adesso abbiamo una stagista. Dall’estero. Ha imparato ad usare un software difficilissimo per i modelli in 3D in una settimana: brava, bene, bis. Siamo contenti? Siamo contenti, ci siamo detti. Linfa vitale. Gioventù. Creatività. Idee. Confronto. Possiamo delegare un po’ di lavoro e vedere di portare a termine un po’ di cose in più.

E invece.

Nei punti elencati di seguito, troverete una mappa concettuale dell’universo culturale della stagista britannica che si è installata in studio nei giorni scorsi, e la cui presenza ci ciucceremo fino a giugno. Questo stupefacente conglomerato biondo-rossiccio, dotato di scucchia e nome da cartone animato (ehi, ma… vi sto mica dando indizi per individuarla tra i miei contatti? guarda un po’ che bastarda! ) doveva essere fonte di rinnovamento interno, portare un respiro internazionale, permetterci di confrontarci con i prodotti dell’università d’oltremanica.

Quello che accade in realtà è che stiamo assistendo sgomenti ad una serie di rivelazioni che non sappiamo spiegarci. Tipo:

– non si ricordava dell’esistenza del Tamigi. O forse non ha mai saputo che la capitale del suo paese natìo è attraversata da un fiume. Ha dovuto googolare un po’ e fare un paio di tentativi per azzeccare la pronuncia inglese;

– non sapeva cosa fosse Scotland Yard. Prima è apparsa fortemente disorientata, poi di fronte al logo che le è stato mostrato ha provato a concentrarsi, e visto che era dorato le è venuta in mente una cosa e ha chiesto: “Is it a boutique?”;

– pensavamo che la monarchia fosse un caposaldo radicato nell’animo di ogni inglese. Perfino i Sex Pistols in fondo la sentivano parte del proprio retroterra, nel bene e nel male, altrimenti non avrebbero rifatto God save the Queen. Lei ha ammesso di non conoscere i nomi dei membri della Casa Reale, anche se sapeva che da qualche parte c’era una regina ancora viva. Allora glieli abbiamo elencati noi. Arrivati a Filippo, lei si è illuminata e ha detto: “Oh yes, Pippa!”(Miss Middleton, I suppose – nda);

– Idem per Buckingham Palace: “what? I don’t know where it is.”

– non sapeva riconoscere il Big Ben dalla foto. Non sapeva proprio cosa fosse, il Big Ben.

– i celeberrimi double deckers (and if a double decker bus / crashes into us/ to die by your side / such a heavenly way to die): “oh sì, l’ho preso una volta.”

– non conosceva Brunelleschi. La prospettiva. E uno ci passa sopra, volendo. Un inglese, mediamente,  non vive male se non conosce il Rinascimento italiano. Ma lei ha studiato design industriale, sta per laurearsi in una materia che per molti versi porta a confrontarsi con l’architettura. Non puoi, porcodìo, non sapere chi è Brunelleschi, almeno per sentito dire. Ha fatto una cazzo di rivoluzione.

– acampadas? Occupy quarche cosa? Le rivolte studentesche a Londra? Gli scontri seguiti agli aumenti delle tasse universitarie? Cariche, arresti, delazioni, processi per direttissima? “I don’t know anything / I heard nothing about it”;

– Cinema. Mi ha chiesto se mi piaceva l’horror, la prima volta che è stata qui. Mi ha citato un paio di titoli di cassetta. Visto che mi ha dato il “la” a suo rischio e pericolo, si è beccata dieci minuti di spiegazione di Romero e Carpenter, giusto un bignamino. Non dimenticherò mai la vacuità nei suoi occhi ed il rumore di balle di fieno trascinate dal vento che ha seguìto le mie parole; alla fine di tutto ciò, senza nessun apparente nesso logico, mi ha chiesto se trovavo simpatico Steve Carell;

– musica. Di fronte ai nomi di un sacco di gruppi inglesi che hanno fatto la storia, non abbiamo ottenuto nessuna reazione. Stiamo ancora decidendo se chiederle o no se conosce i Beatles dopo che ci ha chiesto “What’s punk?”;

– le tre domande fondamentali che mi ha rivolto lei, nell’ordine: “Do you hang out on Saturday evening? Do you like to drink? Do you have a boyfriend?”

Insomma, ci aspettano mesi duri. Io sono contenta perché conto di far diventare questi interessanti scambi una rubrica fissa, e ciò potrebbe risollevarmi il morale permettendomi di non abbandonarmi alle mie solite tristi elucubrazioni. Ma sono anche abbastanza propensa a  denunciare i genitori per averla tenuta vent’anni incatenata in soffitta (ma è più probabile che sia stata inchiodata al divano a mangiare schifezze guardando One tree hill, come si evince da Facebook) e a scrivere una lettera di protesta formale al suo college per denunciare lo stato di abbandono in cui versa il sistema educativo inglese e se si rendono conto che non possono sguinzagliare in giro per il mondo gente con un bagaglio culturale che equivale ad un’arma impropria.

Ma la cosa più scioccante per me è pensare a come debba essere vivere così. Cosa si prova? Cosa si sente, e come si sente? Come si decodifica il mondo? Come ci si rapporta con gli altri esseri umani? E soprattutto: ne esistono altri/e come lei? Che ne so , i suoi amici sono così? Di cosa parlano? Vanno avanti tutto il giorno a Pippa Middleton e poi al  pascolo nei centri commerciali per poi geolocalizzarsi a vicenda su Facebook?

Non ho mai conosciuto nessuno così profondamente inconsapevole del mondo in cui vive. L’unico corrispettivo italiano che mi ha sconvolto così è quella studentessa di economia che a 23 anni era convinta che noi terrestri vivessimo non sulla superficie della crosta terrestre ma dentro il pianeta Terra, e che il cielo fosse quindi una specie di coperchio di barattolo che ci teneva chiusi dentro, protetti e al calduccio. Giuro, ho detto molte cazzate in vita mia ma questa è la pura verità.

Ho idea che mi aspettino dei mesi affascinanti. Se non avessi mollato l’università, ci farei la tesi. Se avessi una telecamera a portata di mano girerei un documentario. E non è detto che io non possa farlo.

3 commenti
  1. Sibia ha detto:

    O_O
    Un documentario DEVI farlo… qui hai un caso bellissimo da studiare… approfondisci!!! :D

    • Ma infatti…non mi vorrei perdere un’occasione del genere per niente al mondo. Una videocamera ce l’abbiamo, ma dato che è impossibile nasconderla, non so come fare per filmare gli highlights della sua permanenza qui con una scusa plausibile. Per niente al mondo vorrei che si sentisse presa in giro, porella :D

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