Diamonds, roosters and the universe

Non so quanto possa riuscirmi becera la recensione di The White Diamond, la vedo dura. Credo che più che altro sarà di una banalità sconcertante. In Grizzly Man il personaggio si prestava facilmente all’ironia e financo (sottolineo il “financo”) al sarcasmo gratuito, se guardato senza empatia. Per una come me, che può essere stronza fino all’inverosimile, c’era da divertirsi molto.

Qui c’è poco da ridere: The White Diamond è la storia di un volo sulla foresta pluviale della Guyana. Il diamante bianco è un dirigibile, rinominato così dagli indigeni, sia per la forma ed il colore sia perché i diamanti estratti dalle miniere della Guyana sono un riferimento ormai incorporato. Il viaggio dovrà servire all’esplorazione della cima degli alberi per studiarne le proprietà medicinali, per sperimentare il dirigibile monoposto di Dorrington, e per chiudere i conti con il suo passato (un incidente di volo in cui ha perso la vita il regista Dieter Plage e di cui Dorrington continua a ritenersi responsabile). Dorrington, professore londinese di ingengeria, aspirante Icaro dei dirigibili, è un archetipo, e racchiude in sé tutte le caratteristiche che lo rendono tale, dall’entusiasmo fanciullesco (lo stesso che da ragazzino gli ha fatto perdere due dita della mano sinistra) al peso immane della colpa, dalla voglia di leggerezza all’inevitabile legame con il passato che lo tiene ancorato a terra, dal sogno allo scontro con un’antieroica realtà. Ha un suo gran bel perché, insomma, e si vede che Herzog lo vede come una sorta di Fitzcarraldo, in qualche modo.

Poi ci sono: le cascate enormi dietro le quali vanno a riposare i rondoni, luoghi segreti ed inviolabili della cultura indigena, rospi, fogliame, pioggia, stormi di rondoni, riprese a volo d’uccello sulla foresta, un tappeto sonora di canti a tenore, di quelli che ho studiato mille anni fa per l’esame di etnomusicologia, un tizio che fa moonwalking sul ciglio delle cascate:

L’altro protagonista – enorme – è Mark Anthony, portatore di cultura indigena e saggezza ancestrale,  conoscitore di erbe medicinali e guaritore, rimasto solo dopo l’emigrazione della famiglia in Europa, uomo capace di scorgere la bellezza del mondo anche soli guardandolo in una goccia d’acqua (ma mica te lo viene a dire, anzi si limita a sorridere a mezza bocca ed a lasciare sospesa ogni domanda. Evidentemente per lui è una cosa scontata che sia possibile scorgere l’universo in una goccia d’acqua, siamo noi che abbiamo bisogno di orpelli e cose cerebrali).

La scena che mi ha fatto scendere la lacrimuccia:

Ogni scena in cui Mark Anthony compare illumina il film e conferisce un senso anti-etnocentrico all’intero impianto del documentario: dalla prima volta in cui lo si vede seduto a guardare il Diamante Bianco, fino al tanto agognato volo in dirigibile (ho fremuto per tutto il tempo nel timore che non glielo lasciassero fare).

Mark Anthony appare ed immediatamente con lui appare anche l’eterno confronto tra sapere “scientifico” occidentale, razionale – e spesso incapace di fornire risposte – ed una modalità onnicomprensiva di relazione con il mondo. Un uomo come lui “sta al mondo” nel senso più ampio del termine, perché i suoi punti di riferimento culturali gli permettono di dare un senso pieno ed umanistico” agli eventi. Mentre in più di un caso Dorrington si lascia sopraffare dalle emozioni e fa fatica a gestirle, lui rimane saggio e serafico, e solo guardarlo infonde una tranquillità straordinaria.

Ed Herzog che fa in questo film? Filma la natura, cosa che gli viene benissimo. Racconta quasi in maniera sommessa. Anticipa un po’ gli eventi per creare le giuste aspettative (tutte soddisfatte) e si limita ad accennare agli stati d’animo di Dorrington, che se la cava benissimo da solo davanti alla camera. Herzog compare una volta, nella scena in cui discute con un preoccupato Dorrington sullo sfruttare ogni singola opportunità per fare le riprese senza prima testare la sicurezza del dirigibile.

La trinità della stupidità secondo Herzog:

Nel frattempo io muoio d’invidia per l’occhio etnografico di Herzog (per me resta memorabile la scena in cui Dorrington, sdraiato sul ciglio della cascata con Mark Anthony affronta il tema della percezione – in due minuti un trattato di antropologia), per il modo in cui riesce a sezionare e portare alla luce gli stati d’animo delle persone che inquadra, per il suo amore per i rospi che si nascondono nei tronchi degli alberi e le verze tropicali, per come ha filmato le cascate ed il volo dei rondoni e – ça va sans dire – perché ha conosciuto anche Red, il gallo ribelle e spodestatore di Mark Anthony, così figo che lo metto in chiusura:

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