The beautiful people

Non esistono verità oggettive sulla vita, ed io ho smesso da tempo di credere che sia rintracciabile qualcosa che somigli ad un significato universale. Io sono una materialista, ed una relativista. Credo che siamo legati al qui ed ora, a questo tempo e a questo spazio, e solo qualche volta abbiamo la percezione dell’eternità, della finitezza e dell’infinito. Sono cinica. Considero molte cose umane una schiavitù, una perdita di tempo e per di più frutto di un insopportabile antropocentrismo. Ma a volte ci troviamo davanti a qualcosa che fa vibrare delle corde ancestrali, che ci riconnette alla profondità delle cose vissute, ai millenni passati, a secoli di comportamenti acquisiti e tramandati, a strutture che si sono inscritte nel corpo ed impresse nei neuroni. Le facce sono un ottimo veicolo per calarsi in un viaggio del genere. Almeno, per me funzionano più di qualunque paesaggio, tramonto, filo d’erba, insetto, montagna, corso d’acqua. L’infinito lo vedo nei volti delle persone, la storia dell’umanità nelle loro mani, nelle pieghe dei corpi, nei segni dell’età, che sono i segni delle ère che passano e lasciano stratificazioni che si aggiungono al flusso dell’evoluzione.

Le foto di Tom Stone mi hanno fatto questo effetto. Le ho scoperte oggi. Stone fotografa gli homeless d’America. La gente dei marciapiedi, che staziona nelle strade chiedendo soldi o non chiedendo nulla, parlando da sola o bivaccando in gruppo. Oggi scatto è corredato dalla storia del volto fotografato, raccontata con una prosa scarna, quasi carveriana. Ognuna di esse è uno squarcio potente nella realtà che si suppone normale, un’irrisione del sogno americano, un calcio ad ogni possibile giustificazione del “così vanno le cose”. Volti provati, solcati da dolore, perdita, ingiustizia, abusi, deprivazione. Sono la prova tangibile ed inconfutabile di un sistema che rende malati, che produce esclusione, disagio e violenza e tutte quelle cose che sappiamo e che no sto qui a ripetere. Non c’è romanticismo dickensiano in queste foto. Non ci sono illusioni. Non c’è l’homeless ipostatizzato del cinema e della letteratura. Non c’è, soprattutto, la possibilità della scelta, ‘sta grande stronzata propinata all’occidente tutto. Ci sono però, fortissimi ed accecanti, bagliori di vita, lampi negli occhi, racconti accennati annidati negli angoli della bocca, nell’orlo nero delle unghie. Una bellezza incredibile e potente. Si sente il freddo delle notti passati all’aperto, la stanchezza delle gambe che si trascinano da un centro di assistenza ad un altro, la ricerca febbrile di un luogo in cui passare una notte senza venire picchiati dalla polizia o dai compagni di strada, l’attesa di un assegno generosamente concesso dal welfare più ipocrita del mondo di pochi spiccioli da una casa lontana, sperduta in uno stato rurale da cui si è fuggiti. C’è l’urlo ed il furore. Destabilizzazione e sgomento. E a me viene da pensare che l’umanità più viva e meritevole sia questa, a prescindere dal luogo fisico in cui si trovi. L’umanità con cui voglio condividere delle cose, perché ad essa io mi sento di appartenere, perché è questa quella che prova dolore, che annaspa, che non ha solide certezze e dogmi indiscutibili, quella che mi scuote e mi fa immedesimare e provare rabbia, frustrazione, sconcerto e amore. Sono io. Queste facce enigmatiche, belle, disintegrate, segnate, apocalittiche, sporche, che raccontano viaggi, solitudine, solidarietà tra gli ultimi, condivisione, paura non sono un simbolo, una bandiera, un brand. Sono umanità, pura e semplice, al di là di ogni convenzione, psicologismo confortante e confortevole e sociologia d’accatto.

P:S. io non ho mai fatto fotografie, e me ne vergogno. Se si escludono le foto tristi che nel corso della vita facciamo tutti, quelle un po’ a cazzo di cane, e quelle che ho dovuto fare nei miei stages di ricerca etnografica (e che sono pure andate irrimediabilmente perse o se n’è preso il merito quel ricercatore che m’aveva prestato l’attrezzatura e quindi ora giacciono nel dipartimento dell’università). Se oggi non hai un blog in cui postare qualcosa di tuo, o non sei si flickr o qualche altro foto-socialcoso, c’è chi ti considera un po’ una merda. Io non so neanche come si parla di fotografia. Mi mancano proprio le basi. Non ho neanche la fotocamera sul cellulare, pensa un po’.  La mia ignoranza in fatto di scatti è pari a quella che potrei esibire in un simposio di ingegneria molecolare. Eppure mi piacerebbe, perché mi piacciono le persone, le facce, le storie, le città, e vorrei tanto avere quella sensibilità, quella particolare intelligenza visiva di chi guarda una cosa e subito capisce come dovrebbe essere inquadrata, illuminata, angolata e poi riesce in un battito di ciglia a farla vedere agli altri esattamente come l’ha vista nella sua testa. Quindi è probabile – anzi, ne sono più che certa – che io abbia reso malissimo tutto quello che mi passava per la testa. Non ho detto neanche un milionesimo di ciò che andava detto.

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