Grizzly Man: Herzog è l’anti-Penn*

Ho capito che Grizzly Man non sarebbe stato un elogio della vita nei boschi di waldeniana memoria non appena ho sentito la musichetta di sottofondo, che già mi sapeva un po’ di presa per il culo, e nemmeno una sorta di Into the Wild, potente, romantico e viscerale (a tratti diabetico) film di Sean Penn. Mi sono detta: qui finisce che Herzog lo massacra, ‘sto tizio. Ed infatti.

In soldoni: Timothy Treadwell è un uomo che (dice di) ama(re) la natura e gli orsi. Si sente amico degli orsi, li adora. Si nota in lui un leggerissimo senso di onnipotenza che glieli fa avvicinare oltre il consentito, fino ad esserne ucciso. In barba, aggiungerei, a qualunque comportamento etologicamente corretto.

Dopo venti minuti di film ho cominciato a chiedermi: questa visione della natura così arcadica ed idillica, è reale? Tutta questa teatralità che vedo in Treadwell, mi arriva così per un fatto culturale? Cioé: è la prossemica statunitense che mi suona falsa e sopra le righe perché sono una brutta persona piena di pregiudizi antimperialisti? Neanche Herzog m’avesse letto nel pensiero! Infatti, vengono mostrati i ciak di Treadwell, che si prova le bandane (“black bandana or sexy green bandana?” si chiede mentre si rimira nell’obiettivo). C’è Treadwell che zompetta su e giù per le collinette, Treadwell che prova l’intonazione, Treadwell che si preoccupa di sembrare sufficientemente estatico e commosso, Treadwell che piange accarezzando le volpi… Poi mi sono accorta che per Treadwell in realtà gli orsi sono un mero pretesto scenico, sono un elemento di costruzione del personaggio e del modo in cui lui si autopercepisce. La sua compagna, morta insieme a lui, è inesistente: si coglie un paio di volte di spalle, o di tre quarti, e ha sempre un’espressione vagamente smarrita, se non spaventata. E anche qui ci sarebbe da dire… Ma comunque.

(Mi chiedo anche, en passant, se l’operazione di autopromozione di Treadwell l’avrei percepita allo stesso modo se non vi avessi assistito port-mortem attraverso la lente straniante introdotta dal filtro registico di Herzog. Ma credo che qui entrino in gioco riflessioni profonde sul ruolo della macchina da presa come mezzo distanziante e critico, e io, notoriamente, sono una pippa con le riflessioni profonde e mi limito a buttarla in caciara.)

Le riprese di Treadwell sono un autofocus continuo, è narcisista ed autoreferenziale almeno quanto me quando scrivo in questo blog, ed è una grossa ammissione, questa, da parte mia; sarà che non sopporto il fatto che ci sia gente più brava di me nell’autocompiacimento ombelicale. La cosa bella del film è che Herzog gli scopre e gli scompagina, post-mortem, tutte le carte, con il suo modo impietoso, a tratti sadico, di sezionare e commentare le sue riprese, corredandole con le interviste all’ex-compagna e co-fondatrice della fondazione ecologista di Treadwell (posso dire che mi sembra lievemente sciroccata?), ai genitori (una coppia da Sundance Film Festival), al coroner (un fantastico attore!), ad altri personaggi meno succubi del fascino del biondo eroe Ho capito allora che se fosse rimasto in vita, Treadwell avrebbe raccolto i frutti dell’incessante lavoro di editing su se stesso e non sarebbe stato altro che un brand dell’ecologismo a-critico e a buon mercato. Buono per gli americani, insomma. Poi, nella seconda metà del film, è venuto fuori il lato psicotico di Treadwell: insulti, reazioni scomposte, iomelacantoediomelasuono; ed è stato lì che ho capito che un tipo del genere solo per puro caso s’era ritrovato a fare il paladino degli orsi, perché quella era l’attitudine di chi può indifferentemente -appunto – andare ad abbracciare gli orsi o farsi tre settimane in un nazi-camp ed esercitarsi a fare il tiro a segno sui messicani (ad un certo punto si autodefinisce “an american dissident”). La psicologia integralista e senza sfumature è uguale in entrambi i casi. Quindi, ci è andata di lusso che non abbia scelto la seconda opzione.

Fantastica l’ironia di Herzog che, nel bel mezzo di una sfuriata di un Treadwell che si agita scomposto ed arrabbiato, dice una cosa tipo: come regista, ho già assistito a scene del genere su un set, e non ho potuto fare a meno di pensare alle epiche incazzature di Kinski.

Scena memorabile per me: Treadwell che osserva di nascosto i cacciatori, in assetto da Rambo, con tanto di mimetizzazione in faccia. Poi scopre che gli hanno lasciato un messaggio, una cosa tipo: heilà ciao, ci vediamo l’anno prossimo, con tanto di faccina sorridente. Non l’avessero mai fatto: Treadwell trova la cosa talmente inquietante da prorompere in un attacco di vera e propria paranoia.

Sia la morte di Treadwell che quella del protagonista di Into the Wild, sono tanto ineluttabili – ed in questa accezione, epiche e tragiche – quanto cretine. Ma mentre in Into the Wild la narrazione classica e solida induceva all’immedesimazione ed alla com-passione, nel caso del Grizzly Man si rimane si rimane sospesi, con un vago “embé?”. Sarà perché nel primo caso è sfiga, avvelenarsi con delle bacche può capitare anche ai più esperti, mentre nel secondo, beh…nel secondo caso lo sapevi che finiva così e basta. Ed ecco, in due parole, l’ineluttabilità che è presente anche nella tragedia greca.

In definitiva, io ho visto Grizzly Man come un’indagine spietata di Herzog sul tentativo di un ragazzotto americano, sicuramente molto sensibile, ingenuo e non privo di propositi nobili, di costruirsi intorno un’aura leggendaria ed eroica. Ma anche abbastanza ignorante, e dotato di tutte le caratteristiche che, da Henry James ed Edith Wharton in poi, si ritrovano nell’epica dell’eroe americano: spacconaggine, vite dell’iperconvinzione alquanto starata (cit. Tommaso Labranca – Chaltron Hescon), assoluta sicurezza nel fatto che il mondo abbia bisogno del suo intervento salvifico. Nel bene (nei due casi citati) e nel male, soprattutto. Stavo per fare una standing ovation al regista quando afferma che dove Treadwell vedeva amore, tenerezza, bisogno di fiducia e protezione, lui riusciva a vedere solo la potente e feroce indifferenza della Natura, che se ne infischia degli stereotipi romantici di bianchi occidentali in cerca di emozioni e dei loro patetici tentativi di fondersi in essa. Il tutto mentre sullo schermo c’è il primo piano di un orsacchione dall’aria vagamente seccata, che di tutto sembra avere bisogno tranne che dell’aiuto di Treadwell e di qualunque altro essere umano.

Un capitolo a parte meriterebbero (l’ho già accennato) le fantastiche interpretazioni del coroner provincialotto, che è letteralmente spiato dalla macchina di Herzog con infinita goduria, e l’istinto da animale da palcoscenico dell’ex-compagna di tim, Jewel, ormai signora prossima alla mezza età, compresissima nel suo ruolo di vedova epica. Herzog la stuzzica come nessun altro avrebbe saputo fare, e ci mette anche del suo nella scena dell’ascolto dei nastri.

Un film sul fasullo dell’esistenza, come è stato giustamente detto, e costruito con un’intelligenza acuta e tagliente, con un enorme senso della misura ed alcuni momenti di grande e quasi impercettibile ironia. Credo che nessuno dei protagonisti (intendo, quelli vivi), rivedendosi, abbia intuito lontanamente il senso dell’operazione di Herzog (ma forse anche questo è un mio pregiudizio cattivo, che vorrebbe ‘sti americani tutti tagliati un po’ con l’accetta).

‘Na vorta (Palomba-style) ho preparato un esame insieme ad una ragazza italo-canadese che fin da bambina era stata costretta, a scuola, a fare le esercitazioni anti-orso. Se le chiedevi una cosa ingenua tipo: ma gli orsi sono davvero così pericolosi? lei ti mandava direttamente a ‘fanculo senza neanche rispondere. E chiudeva lì l’argomento.

Questo per dire dove potete mettervi l’idillio tra voi e gli orsi.

*con questo post abbiamo inaugurato l’angolo della recensione becera. Conoscendomi credo che sarà una rubrica alquanto discontinua e, va da sé, molto becera.

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