L’indimenticabile Capodanno del duemila e boh

A me dell’anno dei Maya non frega niente. Ho già vissuto un discreto numero di apocalissi. Ecco perché non mi interessa minimamente di organizzarmi qualcosa per domani sera.

Però sento di dover raccontare un capodanno meraviglioso, ai confini della realtà.

Sera dell’ultimo dell’anno di un anno non meglio precisato, tra il 2002 ed il 2009, giuro che di preciso non me lo ricordo. facciamo tra il 2004 ed il 2005, per convenzione, come fanno gli storici.

Quell’anno io e il mio compagno avremmo potuto fare come l’anno precedente, e andarcene al Livello 57 per un capodanno a scopo psicotropo che era stato bello assai, e divertente. Oppure avremmo potuto fare come avremmo fatto l’anno successivo, e starcene a casetta per conto nostro a mangiare, fumare e giocare a GTA  dopo un rapido giro di auguri improcrastinabili. Invece no. Quell’anno non ero riuscita a scamparla: mi toccava il “cenone” dai Biondozzi. Casa Biondozzi era una sorta di centro di accoglienza e smistamento sbandati, dato che i suoi abitanti vantavano una discreta esperienza nel ramo. Erano allo stesso tempo vecchi, vecchissimi amici d’infanzia del mio compagno di allora e mie conoscenze. Alla notizia che la padrona di casa quell’anno era depressa e sotto psicofarmaci in seguito a vedovanza precoce, che la figlia era incinta e non poteva strapazzarsi, che l’altro figlio – giustamente – per capodanno s’era dato, e venuti a sapere che il resto dei presenti era una cosa a metà tra un reparto psichiatrico ed un braccio del carcere di Capanne, chi è che decide che, per l’amor di dio, quella sera noi non possiamo assolutamente mancare in quel luogo? Lui, ed io cedo per non fare sempre la rompicoglioni che no gli lascia spazio. Ma io sapevo che sarebbe stato memorabile. Oh, se lo sapevo. E rimpiango ancora di non essermi opposta con più tenacia.

Facciamo una rapida panoramica:

– io&compagno. Lui, felice come un bimbo, appena arrivato si era immerso nel classico torneo di scacchi con il genero della Biondozzi, torneo che aveva inizio regolarmente nel momento in cui lui varcava la soglia di quella casa. Io, molto perplessa.

-genero della Biondozzi+figlia Biondozzi+compagno della Biondozzi+amico stalinista con problemi mentali: quattro amebe. Non pervenuti. Totalmente irrilevanti al fine della serata e del racconto.

– figlio maggiore Biondozzi: per quella sera non pervenuto. Si era dileguato appena arrivati noi, seguito da fidanzata. La scelta migliore in assoluto.

– figlio minore: faceva il figlio minore, e quindi turbinava per casa ingozzandosi e ungendo qualsiasi cosa toccasse.

– una coppia di disperati presenti per non si sa quale motivo, forse perché buttati fuori dalle rispettive famiglie: lui famigerato tossico, lei un tantino rallentata e assente, e quindi un tantino plagiata dalle balle raccontate da lui. Erano un po’ il fulcro dell’attenzione, perché erano neogenitori. Peccato che ci siamo accorti tutti subito che lei aveva un vero e proprio rifiuto per la sua nuova situazione e sembrava non sentire la neonata quando piangeva, assumendo un’aria vaga ed aliena. Ma non corriamo.

– Norberto, dipendente di un’azienda comunale, delegato sindacale, seduto a gambe larghe, fumava e ridacchiava e faceva battute sessiste su di me che mi stavo facendo un culo così. (La ragione del suddetto mazzo era che la padrona di casa Biondozzi alle nove di sera era collassata sotto il peso delle pasticche regolarmente prescritte da psicologo, a sua volta prescritto da tribunale dopo ennesimo fermo della Biondozzi)

Andiamo con ordine: dopo un tira e molla di due giorni sull’andare e non andare, sulle alternative concrete ed ipotetiche, verso le 19 facciamo il nostro ingresso in casa Biondozzi. La situazione mi sembra subito sfasciata: la Biondozzi mother mi sembra in evidente stato di alterazione. In quell’attimo, mi passa come un lampo per la mente, realizzo che non ce la farà ad arrivare a mezzanotte ed in un attacco di preveggenza già vedo la fine che mi toccherà fare. Mi chiede di aiutarla a preparare le tartine con il paté di funghi, raccolti da lei nei fragranti boschi dell’Appennino. Apro il barattolo e m’investe un miasma di cadavere. MI azzardo a dire: forse meglio non usarli. Lei annusa e dice: ma no, vanno benone. Io insisto che l’odore di nutria putrefatta non è caratteristica del paté di chiodini. Lei insiste che sono buoni, li ha fatti lei. Io apro il secondo barattolo sperando di convincerla con il confronto: l’odore è normale, glielo metto sotto il naso e lei a quel punto ammette: beh sì, forse quelli sono andati a male. Usiamo questi. Giubilo interno della sottoscritta: abbiamo scampato il botulismo, almeno per la durata dell’antipasto. Nel frattempo, intorno a me e ai vassoi di tartine, il deboscio: alle 20 la cortina di fumo è impenetrabile (e nessuno che si degni di passare, eccheccazz), gatti ciechi e con la toxoplasmosi che allungano le zampe verso il tavolo della cucina, il mio compagno è posseduto fisicamente da Kasparov e non c’è verso di smuoverlo dal tavolo degli scacchi, qualcuno gioca al pc, altri blaterano di stalinismo e nessuno sta pensando a cucinare. Alle 21 la Biondozzi mi prende da parte e mi comunica: le medicine mi fanno male, devo stendermi un attimo, ci pensi tu a mettere su l’acqua per i tortellini? Io torno subito. Ricordatevela bene, e salutatela, perché non la vedrete più, l’ultimo dell’anno per lei finisce qui.

Rimango quindi da sola al timone di una catapecchia piena di matti e mi sento leggermente assalita dalla disperazione, dal senso di responsabilità e dall’impotenza. Non starò qui a raccontare del perché sia stata un’impresa epica cucinare dei tortellini per appena una decina di persone, perché sarebbe troppo surreale e nessuno mi crederebbe. Ovviamente, la citazione d’obbligo sarebbero i famigerati tortellini del veglione di Fantozzi, ma qui siamo oltre. Basti, per il lettore, sapere che alle 23:30 circa, io sudata, disfatta e morta di fame, avevo appena scolato i suddetti tortellini e li avevo conditi con la salsa alla cubana. Ora, è vero: la salsa cubana è piccante. Ma un piccante umano, abbordabile.  Invece Norberto – che fino a quel momento aveva svuotato un braciere di bong dopo l’altro (ricordo: senza passare)  – si alza e senza dire una parola, senza emettere un suono, svuota nella zuppiera un vaso (non un vasetto) di olio piccante, ma non piccante normale: una cosa ai limiti della perdita delle facoltà senzienti. Una cosa che ti faceva ritrovare con le tempie ingrigite dopo che l’avevi assaggiato, ed io l’avevo assaggiato, in tempi lontani – ergo sapevo cosa significava un pitale di quella roba dentro un chilo e mezzo di tortellini. Inoltre, ero reduce da un autunno particolarmente prodigo di virus gastrointestinali e gastriti psicosomatiche (certo. ovvio. c’è un motivo se sono qui). Quindi finisce che mi incazzo e non mangio, ma nessuno sembra farci caso. Al contrario,  il mio compagno è sempre più felice ed ebete, beato lui, principalmente perché non si rende conto della piega che la serata ha preso. Lui è felice, sorride, si diverte, ed io lo odio. Forse la mia, e quindi la nostra crisi, è cominciata quella sera, chissà.

Nel frattempo, la serata era allietata da una tragedia della maternità: la ragazza un tantino tarda che si era fatta mettere incinta dall’ex tossico continuava sistematicamente ad ignorare la bimba che piangeva. FInché la Biondozzi era stata vigile, ci aveva pensato lei, memore dei suoi trascorsi materni. Collassata la Biondozzi, avevamo cercato a turno di vigilare sull’infante, Era una scena a suo modo istruttiva: la neomadre sedeva eretta, composta, con un’aria intenta, lo sguardo concentrato, cercava di intercettare sorrisi a destra e a manca facendo finta di niente, mentre ‘sta povera creatura di dieci giorni piangeva e piangeva. Io guardavo la ragazza e poi guardavo verso la porta, cercando di suggerirle con gli occhi di alzarsi e andare a prendere la bimba. Ma lei niente. Chiedeva al suo compagno (con cui un paio di mesi dopo si sarebbero ammazzati reciprocamente di botte fino a farsi togliere la figlia) di andarci lui, che era anche figlia sua. Lui niente: Seduto a gambe incrociate, suonava il flauto traverso (miodìo, il flauto traverso. E chi sei, Ian Anderson?). Ogni fibra del mio corpo, ogni nervo ed ogni mio neurone si protendevano verso la porta, verso il pianto della neonata. Alla fine la presi io, e gliela portai, e rimasi scioccata dall’espressione scocciata con cui la madre la guardava, tenendola sulle braccia ma discosta dal corpo. Io pensavo: questa bimba non doveva nascere, e mi ricordavo che tutti mi avevano dato della stronza quando alla notizia di quella gravidanza avevo pronosticato che essere figlio/a di quei due sarebbe stata una tragedia per chiunque. E adesso tutti assistevano alla scena di questa ventenne con in braccio un fagotto che evidentemente non voleva, che non sentiva suo, accoppiata non si sa perché ad un quasi quarantenne equivoco, fisicamente menomato, eroinomane e totalmente inaffidabile, e magari – adesso – tutti si chiedevano come mai. Mh, bella domanda. Forse perché in quel gruppo vigeva la regola dello stare a guardare lo sfascio dei propri amici senza intromettersi? Mi sa di sì, considerando le cose che sono successe negli anni a venire.

Comunque, la mezzanotte fu per me un momento tragico, denso di riflessioni esistenziali: mentre loro si accalcavano fantozzianamente sul terrazzino per godersi i fuochi e i botti, a me stava esplodendo un’emicrania rabbiosa, stavo dietro di loro e li fissavo chiedendomi chi ero io, chi erano loro, e cosa ci facevo là. D’accordo, son compagni, in periodi come questi hanno bisogno di stare uniti, di vivere momenti in comune. Ma mica abbiamo solo questi, eh, di compagni: conosciamo anche gente tutto sommato più equilibrata. Non che io giudichi e mi senta superiore, ci mancherebbe. Ma mi sa tanto che mi sono fatta un capodanno di merda. Sissì. Con queste considerazioni in mente, aspettai che passasse un’oretta, lasciai che il party (oh yeah) si placasse un attimo e poi feci presente al mio compagno che pensavo di essermi sbattuta abbastanza senza avere il dovere di farlo, e gli chiesi se era intenzionato a riportarmi verso casuccia nostra. Lui era quasi stupito, come a dire: ma come, non è la serata più divertente della tua vita? Non mi ami come prima, più di prima, per averti portata qui? Ci mettemmo in macchina, con lui che era in vena di fare il tenero ed io morta di fame, incazzata e muta. Arrivammo a casa, mi feci un panino con la mortazza giurando che mai più in vita mia una cosa del genere (mentre cercavo di non ascoltare lui che decantava quant’erano buoni i tortellini) e mi piazzai davanti al pc fino alle sei del mattino per dimenticarmi tutto.

Infatti.

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