Still life

A proposito di segnali e reazioni. Amorfo è la parola che mi viene in mente quando penso allo stato attuale di questo blog. L’altro, quello morto, era un diario autoironico, brillante, veloce. Un po’ mi dispiace non essermi accanita terapeuticamente e averlo lasciato andare, ma aveva fatto il suo tempo, era di un’altra èra geologica rispetto a ciò che sono ora, e le cose, ad un certo punto, bisogna lasciarle finire. Questo blog rispecchia il momento difficile che sto attraversando, ma non pensavo che lo scarto tra i due sarebbe stato così grande. E soprattutto non pensavo che sarebbe venuto fuori tanto disagio. Osservo questa cosa metà inorridita e metà affascinata, come Baudelaire che guarda la carogna per strada e la mostra alla sua amata. Mi fa dire: io, in parte, sono davvero così. Sono davvero questa rottura di palle/ovaie. Sono davvero capace di avvitarmi così intorno a due tre parole. Sono davvero questa persona irrisolta, è così. E non capisco chi si aspetta di più da me, detto en passant. Forse dovrei scegliermi un ponte e andarci a vivere sotto – mettere una distanza definitiva. Non amo i blog intimisti ed ombelicali. Credo debbano essere luoghi di condivisione, informazione, confronto, relazione politica con il mondo nell’accezione più alta e inclusiva della parola “politica”. Invece ciò che emerge da quello che scrivo è una condizione in cui faccio il morto a galla, perché non vedo terra a cui aggrapparmi. Il respiro corto dato dall’apnea continua, il non sapere in che direzione guardare. Per mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa. Io, molto semplicemente, non so cosa fare di me in questo preciso istante. Ho boicottato tutto ciò che potevo boicottare, e sono almeno dieci anni che lo faccio, per trarne un momentaneo senso di protezione e di autodifesa che si è rivelato fallace e dannoso. Non sono mai stata una persona depressa, e credo che mai lo diventerò, eppure questa attuale è la condizione più vicina alla depressione che io abbia mai sperimentato, e contemporaneamente vivo la più feroce delle ansie. Ho bisogno di raccogliermi, forse di isolarmi – o forse dovrei fare tutto il contrario? – perché so che da qualche parte conservo una scintilla, uno slancio sopìto; so che ho delle motivazioni, nascoste in qualche piega della cortina fumogena che spando intorno a me per sentirmi al sicuro; so che le (mie) reazioni arriveranno. Venceremos?

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