Due o tre cose sbagliate che so

 

La ragazza sbagliata a volte prepara torte di mele, come uno dei peggiori stereotipi. O forse è uno dei peggiori stereotipi pensare che la ragazza sbagliata non sia in grado di preparare torte di mele e che non le ami.

La ragazza sbagliata cerca fino allo spasimo – ma inconsciamente – di non decidere mai niente, di non scegliere mai niente. In particolare, sceglie di scegliere cose che non la responsabilizzino e non la mettano di fronte alla possibilità di scoprire che anche quando sceglie, sceglie male.

Nel concreto, la ragazza sbagliata vuole solitudine. Eppure ha capito da tempo che la solitudine la teme, pur essendo ben conscia di essere venuta su da sola e quindi in grado di riempirsi ore e giorni in maniera autosufficiente senza punto risentirne. Le sue non-scelte le ha fatte da sola, le conseguenze a livello psicologico le ha pagate da sola, anche se ha lasciato dietro di sé una discreta scia di cadaveri e di sangue.

Nonostante le piaccia stare da sola, anela a perdersi nei cortei, nelle manifestazioni, nei concerti e sta male quando ne sta lontana per troppo tempo. Possiede un senso fortissimo di appartenenza di classe che le fa vivere come una colpa il suo stare bene anche da sola e la sua necessità di isolarsi.

La ragazza sbagliata a volte si sente stanca di tutto ciò, pensa di non farcela più a sopportare una vita fatta così, ma non sa da dove si inizi qualcosa di diverso, alla sua età e con i suoi mezzi. E sa che se cominciasse, non si sentirebbe comunque libera. Si sente sempre sorvegliata, controllata, scrutata, analizzata chirurgicamente.

La ragazza sbagliata a volte è triste perché il suo cervello si è arrugginito e non riesce più a ricordarsi tutte le cose che ha letto e a dare un nome ed una forma a tutte le cose che vorrebbe dire. Non riesce neanche più a scrivere come una volta, e questo lo vive come un flagello biblico. Si sta convincendo di essere diventata stupida.

La ragazza sbagliata si fa venire un attacco di panico mentre guarda “My son, my son, what have ye done”, perché non riesce a reggere il carico emotivo di vedere in un film la trasposizione metaforica della sua condizione di eterna figlia piena di sensi di colpa, continuamente ricattata ed obbligata a lasciar fare a qualcun altro.

La ragazza sbagliata, che per cause anagrafiche non può forse più definirsi una ragazza, a volte prende sette-otto gocce di En per riuscire ad arrivare alla fine di una giornata senza troppi danni collaterali.

La ragazza sbagliata, pur avendo approfondito a livello teorico la questione del rovesciamento in termini positivi dello stigma etero-attribuito, non riesce comunque a sentirsi orgogliosa delle quattro-cinque cose che riesce a fare decentemente, e continua a sentirsi in debito, in condizione di subalternità. Cosciente del fatto che le scienze positivistiche rivestono un ruolo funzionale a formare inidividui pronti per la catena di montaggio sociale, non trova mai però abbastanza forza a livello individuale per affermare che, comunque stiano le cose, lei non ne vuol proprio sapere di diventare carne da macello per i riti, le strutture e le sovrastrutture del mondo degli uomini bianchi e non vuole portare il fardello di perpetuare una logica assurda.

La ragazza sbagliata a volte ha paura di morire di qualche malattia dolorosa e fulminante (e che magari le tolga anche le facoltà mentali), ma non ha paura della morte in sé perché é epicurea e sa che se c’é la morte lei non ci sarà più. Ha solo paura di disturbare chi dovrà farsi carico di lei non più autosufficiente (o mai stata tale), di essere un peso per gli altri. Dipendesse da lei, organizzerebbe tutto prima, con cura, e andrebbe a morire per tempo in un luogo appartato, dove non c’é rischio di essere visti e di fare rumore.

La ragazza sbagliata ha paura di riprodursi e perpetuare nel tempo e dopo di lei il suo dna sfigato perché non vuole far pagare ad una creatura la propria instabilità ed incapacità umana. E poi si preoccupa delle guerre per le risorse, del pianeta esausto, dell’acqua che non ci sarà più, della società frammentata, violenta e priva di com-passione, del capitalismo e del controllo globale, della mancanza di scuola e di sanità pubblica. Si sentirebbe una madre scriteriata a mettere al mondo qualcun* in queste condizioni. Però si nutre della sensazione di piacere naturale che la dà il peso di un bambino sulle braccia.

La ragazza sbagliata detesta le festività rituali, l’estate, il ferragosto, la pasquetta, la gente in ciabatte, i pigiami, le religioni, i corpi militari e para-militari, le agenzie del controllo primario e secondario, la natua di classe delle leggi e del legalitarismo di facciata, la cultura abborracciata ed i suoi frutti più deleteri; detesta i giardini in ordine e le siepi ben curate, il fascismo rosa dei vialetti di ghiaia, delle villette a schiera, dei suv e dello shopping del sabato pomeriggio, i tacchi alti e le pellicce, i giochi di società, le vetrine, i gioielli, la gentrificazione, i luoghi di villeggiatura, le rate ed i mutui, i club del tennis, del burraco ed i saloni dei parrucchieri.

La ragazza sbagliata, tendenzialmente, tenta di rendersi invisibile a questo, ché le pare sia un sistema di cose invivibile, disumano e finto – e però quasi impossibile da disarticolare, tanto sembra una perfetta macchina di morte.

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