The day the nazi died

Sono successe due cose che sembrano la trama allucinata di un film sul Ku Klux Klan. Sembra il sud degli Stati Uniti d’America di cinquanta anni fa, condito con il concetto tutto mediterraneo di onore familiare che passa attraverso gli organi sessuali femminili e di difesa bottegaia della proprietà. Sembra che l’Italia si sia trasformata nella citttà sonnolenta e feroce di “The Intruder” di Roger Corman con innesti caserecci che odorano di bottega, di sagrestia e lenzuola insanguinate da esibire.

Una minorenne costretta a subire accertamenti mensili sulla sua verginità, per nascondere la sua prima volta col suo ragazzo accusa di stupro due rom. La cittadinanza che benpensa si arma di tutto punto e dà luogo ad una spedizione punitiva di pulizia etnica dando alle fiamme l’intero campo nomadi. Scoperta la verità, lei è costretta a nascondersi, viene additata, sarà segnata a vita. Si chiude in una stanza con le serrande abbassate, circondata da santi e madonne. Il suo corpo di non è suo, non è mai stato suo: appartiene alla famiglia, addirittura agli antenati, alla cellula sociale. Viene demonizzato, sterilizzato a colpi di crocifissi e sensi di colpa, controllato maniacalmente, medicalizzato, in un’ossessione di purezza che va a braccetto con l’ossessione per la purezza razziale, sociale e che esplode collettivamente nella retata punitiva in cui confluiscono i peggiori istinti del gruppo chiuso che non vuole contaminazione alcuna. Finché il sesso rimane una questione intra-gruppo sociale, passi. Finché la violenza è quella sancita quotidianamente e normata da famiglia, comunità, nazione, religione, passi. Dopotutto, sono trent’anni che una forma di sessualità univoca, ingabbiata e svilita, ridotto a puro marketing ed oppio dei popoli viene sbattuta in faccia alle otto in sera, in un tripudio tanto esasperante quanto plastificato e vuoto e ha creato una dicotomia schizofrenica con la sessuofobia cattolica che ne è la base. Sembra che i movimenti di liberazione non siano mai esistiti. Sesso televisivo, catodico, digitale ok, scoperta individuale della sessualità e del desiderio no, brutto. Lo devi dire a gesù, e poi correre a nasconderti. Se poi vicino casa ci sono anche i rom, che non si lavano, bevono, rubano…beh, il tutto diventa l’occasione ideale 1) per dimostrare quanto si è interiorizzata la propaganda fascista sullo straniero che ruba il lavoro, invade il suolo patrio e violenta donne non sue (sempre mentre ci stordivano a colpi di culi in tv), 2) per mettere in atto un processo di allontanamento, di purificazione sociale e morale attraverso il rogo, simbolo millenario di espiazione, punizione, cancellazione.

A  Firenze, un fascista mette in atto la sua personale caccia grossa al senegalese ambulante per le strade di una città di mercanti che vende ai suoi turisti l’immagine di culla del Rinascimento e dell’Umanesimo. Spara, insegue, spara, ferisce, uccide, si suicida.  Su internet sono rintracciabili le sue attività, la sua affiliazione politica a Casa Pound, i deliri negazionisti e le disamine al limite della maniacalità semiologica dei Protocolli dei Savi di Sion. Viene definito dai tg “un folle”. Ma se è una “tragedia della follia”, com’è che contemporaneamente i suoi camerati salgono alla luce della ribalta, viene dato loro agio di giustificarsi e promuoversi, di cercare il profilo migliore da offrire alle telecamere e di guadagnarsi spazio e notorietà? Non è un pazzo isolato, nossignore. Per quanto mi riguarda, vedrei di buon occhio che qualche migliaio di persone si dirigesse nottetempo verso i loro covi per rioccuparli e restituirli alla civiltà e all’umanità, dopo avere adeguatamente convinto i suddetti camerati dell’antistoricità e dell’anacronismo delle loro posizioni a suon di calci in bocca e dialettica (non so ancora bene in che ordine).

La verità è che razzismo, capitalismo e patriarcato sono legati a doppio filo, si sorreggono e si strutturano a vicenda, e determinano la cultura e le reti di sognificati in cui siamo immersi: le vite di donne, stranieri, poveri appartengono di diritto ad almeno due immaginari colonizzati che ne detengono l’esclusiva nella rappresentazione che viene propinata alle masse (perché sì, le masse esistono ancora, nonostante si faccia un gran parlare di individui atomizati): l’immaginario cattolico, compassionevole, paternalistico e patriarcale, che vuole redimere, salvare, ghettizzare con la scusa di proteggere e mantenere la castità dei costumi, e l’immaginario razzista, xenofobo, violento, epuratore, che deve sterilizzare con il fuoco, marchiare, annullare, possedere, schiacciare. In un paese come il nostro, che non è mai riuscito a liberarsi dalla propaganda fascista, e che ciclicamente torna a produrre fascismo nelle sue forme più becere e raccapriccianti, sembra non ci sia spazio per un sentire comune inclusivo, solidale, umano.

La linea culturale egemonica è stata dettata prima dalla morale sessuofobica e maschilista del Vaticano veicolata da cinquant’anni di governi cattolicie da acquiescenti controparti fintamente progressive e riformiste, poi attraverso passaggi ben congegnati è passata in mano ai neo-nazi, alla Lega Nord, alla destra, alla parte più becera, sessista e retrograda del paese e che non sempre è palesemente di destra ma anzi si ammanta di riformismo sociale, centro-sinistrismo. Quella che ha trovato voce e cassa di risonanza nella televisione e nella stampa degli ultimi trent’anni (e che dalla caduta del muro di Berlino in poi ha trovato, a livello europeo terrreno ancora più fertile per nutrirsi ed espandersi: la finanza ed i mercati globalizzati che tutto permettono e tutto incoraggiano, dalla deregolamentazione che non tutela chi deve spostarsi per lavorare e vivere, alla considerazione degli esseri umani come variabili di poco conto nella corsa al raggiungimento dello standard produttivo, non importa a quale costo e in quali condizioni). Quella che divide le donne ancora in madri di famiglia e puttane, degne e meno degne (e che tanto bene attecchisce negli pseudo-movimenti di donne di sinistra, vedi Se non ora quando e le Concite nelle redazioni dei giornali). Quella che gli immigrati deovno stare a casa loro ma che se vengono qui siamo ben lieti di metterli a lavorare come bestie perché noi siamo la parte produttiva dell’azienda Italia (ma non cercassero, però, di venire a vivere nei quartieri dove viviamo noi, di ascoltare la loro musica, mangiare il loro cibo e continuare a parlare la loro lingua).

Mai come adesso è necessario smetterla di delegare l’elaborazione di pensieri più o meno forti, deboli, o così così, ai soliti noti, ai pensatori da circolo televisivo e salottiero, perché la politica istituzionale, quella considerata l’unica possibile dalla maggior parte delle persone che si informano esclusivamente attraverso la tv, ha fallito da decenni. Bisogna riconquistare l’idea che la politica è senso della collettività, si fa dal basso, con ogni singolo atto privato e pubblico. Viviamo insieme, dunque siamo esseri politici e ci nutriamo di politica. Non di politica del controllo, dell’esclusione, della paranoia e dell’emergenza. Bisogna pensare a FARE: servono atti concreti di resistenza, di riappropriazione di idee, spazi, parole d’ordine. Bisogna cominciare a pensare, forse, che la rivoluzione non è una possibilità, ma l’unico modo possibile per ritornare ad essere vivi, senzienti, raziocinanti, capaci di amare, con-dividere, mentre tutti gli altri sono morti e si beano della loro condizione. E allora bisogna di nuovo togliere spazio ai fascisti, tornare ad attaccare le loro sedi, presentarsi ad ogni minuscolo presidio, boicottare concretamente le loro iniziative, hackerargli i siti e trolleggiare nei luoghi in cui delirano tutti insieme allegramente. Che diamine, non ci vuole niente a smontare un tale coacervo di ignoranza, machismo e servilismo. Basta poco per svelar loro come siano usati dai poteri forti a cui si vantano di appartenere. Ai cattolici ottusi ed incarogniti, fosse per me gli toglierei anche i figli, e li manderei a scuola di carità ed umiltà nelle campagne del Meridione assieme ai senegalesi e ai marocchini, o nelle fabbriche del Nord Est con i vetri oscurati. Quando qualcuno, per strada, nei bar, nei posti di lavoro, spara cazzate e luoghi comuni su stranieri, bisogna dirglielo, che sta dicendo una cazzata e facendo il gioco di chi ci guadagna più di lui. Quando qualcuno si mette a parlare delle donne defininendole in funzione della loro attività sessuale o della loro attitudine biologica a fare figli, e ne parla come se fosse cosa sua, su cui ha diritto di parola e si riempie la bocca di dignità, morale e autodeterminazione, lo farei vivere per 24 ore nel corpo di una donna martellata quotidianamente da tremila richieste diverse e da tremila imperativi contrastanti: sii santa, ma sii anche un po’ troia quando serve, sii crocerossina, badante, madre, figlia, amica, rampante, rapace, lavoratrice. Basta con le campagne buoniste sulle donne, basta con la stampa di regime e la televisione dei rincoglioniti. Ci vogliono disumanizzati, feroci, competitivi, individualisti, pronti ad uccidere, a rinchiudere, a stigmatizzare, a bruciare. Ed invece dobbiamo lottare per preservare l’umanità più profonda, per mantenere l’unico senso di appartenenza che vale la pena di condividere. Quando avremo capito questo, verrà il giorno della nostra rivoluzione; il giorno in cui saremo liberi dalle reotriche servili, normalizzanti, buoniste, benpensanti, moralisticheggianti sarà il giorno in cui saremo padroni della nostra vita, di ciò che mangiamo, di ciò che ci serve per scaldarci. Sarà il giorno in cui non avremo più paura delle persone. E la reazione sarà una grande risata liberatoria, perché ci saremo lasciati alle spalle un fardello di cose vecchie e pesanti e non avremo più bisogno di difenderci da niente. Un’aria nuova ci inonderà i polmoni non appena ci saremo resi conto che non ci serve nulla di quello che ci hanno fatto credere fosse indispensabile: la difesa della terra, del sangue, della proprietà, della verginità, del posto di lavoro, dei soldi in banca, delle rate della casa e della macchina.

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