My Lazy Valentine

Se volevo bene alla Baronessa, stravedevo letteralmente per l’altra coinquilina, My Lazy Valentine. MLV era lenta. Trasudava flemma seducente. Era indolente, smarrita, algida e discretamente paracula. Non l’ho mai vista lavorare un giorno in vita sua, finché abbiamo vissuto insieme ed anche per diversi anni a seguire. Periodicamente, sgranava gli occhioni e affermava stupita di non avere un soldo e di non sapere come fare, poi andava in camera e ne riemergeva dopo una mezz’oretta, nel momento in cui qualcuno – amiche, amici – veniva a prenderla per portarla fuori a cena, regalarle biglietti dell’autobus, libri e sigarette. Perché nessuno voleva vederla soffrire. Non le si confaceva.

MLV si lasciava morire di fame pur di non cucinare, odioso retaggio patriarcale. Ma verso le tredici si faceva un giretto nella cucina deserta, poi bussava alla mia porta e mi informava: è ora di pranzo. E restava a guardarmi , come a chiedermi: che si fa in questi casi? Se né io né la Baronessa sembravamo intenzionate per il momento a cucinare, lei ritornava zitta zitta in camera, si metteva a fumare una sigaretta dietro l’altra per stordire l’appetito e non appena sentiva il trapestìo delle stoviglie si ri-fiondava in cucina, chiedeva zelante: che posso fare? e poi si accasciava su una sedia con lo sguardo fisso sul soffitto, in preda a chissà che fantasticheria. A volte io e la Baronessa ci organizzavamo per non cucinare di proposito, giusto per vedere quanto digiuno sarebbe riuscita a reggere. Oh: riusciva ad arrivare tranquillamente fino a sera facendo finta di niente. Noi ipotizzavamo una leggera tendenza all’anoressia, avvalorata dai suoi trascorsi di danza classica e dallo scrutarsi sospettosamente braccia, gambe e pancia nello specchio a figura intera più volte al giorno.

MLV era consapevole dell’ascendente che esercitava sul sesso opposto,  e se ne serviva con disinvoltura militante ed una disarmante nonchalance: non andava mai a piedi da nessuna parte, aveva sempre un cicisbeo che le sbrigava le faccende più tediose, aveva sempre qualcuno disposto ad immolarsi per lei. Regolarmente, questi numerosi galoppini e chauffeurs si illudevano di contare qualcosa e “chiedevano di più”, ed allora immediatamente MLV organizzava un’assemblea in cucina per chiederci come mai i suoi sentimenti disinteressati venivano sempre fraintesi. Le venivano le occhiaie, assumeva un’aria tragica e ferita e si chiudeva in camera a fare autocoscienza. Alle otto, in genere, suonavano al citofono ed ecco un altro vitello pronto per il macello.

MLV aveva, in comune con la Baronessa, l’esperienza del divorzio dei suoi genitori, dopo venti  e rotti anni di matrimonio. Solo che mentre la madre della Baronessa si era data al vino rosso e al turismo sessuale, la madre di MLV si era impegnata a vivere il suo personale ’68 infricchettonendosi, cominciando a farsi le canne, mettendosi con un pastore valdese di sinistra e facendosi sfruttare dalle “compagne” dell’Udi di Roma.

Il mantra di MLV e di sua madre era “Ognuno ha i suoi tempi”. Una celebrazione della loro lentezza epica, della loro svaporatezza di farfalle su un prato di margherite. “Ognuno ha i suoi tempi” fu la pietra tombale sulla nostra amicizia.

“Ognuno ha i suoi tempi”, mi ripetevo imponendomi la calma quando mi accorgevo che erano cinquanta metri che camminavo ormai da sola: mi giravo in cerca di MLV e la vedevo procedere a micropassettini mentre guardava i piccioni con aria trasognata.

“Ognuno ha i suoi tempi”, mi ripetevo quando stavamo per uscire mezz’ora prima della chiusura del supermercato e lei iniziava metodicamente a svestirsi – borsa, cappotto, guanti, sciarpa – e si chiudeva in bagno per un quarto d’ora. All’uscita spiegava che sua madre le aveva messo l’ansia, da piccola, di fare sempre la pipì appena prima di uscire.

“Ognuno ha i suoi tempi” mi ripetevo respirando forte mentre la osservavo impiegare dieci minuti per sciacquare un bicchiere e poi guardarlo per un tempo inifinito, riflettendo su chissà cosa.

Nell’ultimo periodo, quando i rapporti avevamo cominciato a deteriorarsi, ero arrivata a prenderla apertamente ma garbatamente per il culo. Non se ne accorgeva. Se ne rendeva conto solo quando gli altri, che si vedevano ormai la strada spianata, mi seguivano a ruota. Allora cominciò l’epoca delle porte sbattute strategicamente per far capire che si ritirava a piangere nei suoi appartamenti. In realtà fumava guardandosi allo specchio e cercava di farsi venire gli occhi rossi.

Lo so che a questo punto non si direbbe, ma io le volevo bene davvero. Era la mia controparte leggiadra e svanita. Anch’io avrei voluto incedere a passo di danza, con tanta leggerezza ed inconsapevolezza, farmi strada nel mondo con occhi stupiti e liquidi e cascare sempre in piedi, sicura che prima o poi mi sarebbe stata offerta una spalla e la possibilità di rimandare a tempo indeterminato la ricerca di mezzi per vivere.

Ogni volta che trovavo un nuovo lavoro (saltuario e in nero) lei si faceva raccontare i particolari: gli orari, il posto, la gente, e cos’avevo fatto, e cos’avevo detto, e concludeva che era una cosa orribile, e sul viso le si dipingeva un’espressione tra l’affascinato e l’inorridito: lei non l’aveva mai fatto, e non sapeva se sarebbe mai stata capace di farlo, ma avrebbe tanto voluto far parte di quel mondo. Anche lei avrebbe voluto avere aneddoti da raccontare, orari da rispettare; avrebbe potuto parlare all’assemblea del martedì ed essere guardata con occhi diversi, ascoltata con rispetto, la compagna lavoratrice che ci racconta dello sfruttamento quotidiano delle giovani donne. Ma la verità era che non ce la faceva proprio. La fatica era decisamente troppo per lei. Una sera insistette per sostituirmi nella pizzeria in cui facevo la sguattera per venticinque euro a sera, dalle sei all’una. Il giorno dopo mi disse, pallida e smunta, che alla fine della serata si era sentita “così alienata” che aveva dovuto andare di corsa in centro ad ubriacarsi per dimenticare le sette ore passate con le mani a mollo nella guazzetta dei piatti sporchi.

Alla fine successe che i nostri rapporti si incrinarono, io no riuscivo più a parlarci e a farmi capire da lei, ed andai a convivere con il mio compagno. Questo le sembrò un tradimento intollerabile verso le donne tutte, a livello globale. Come potevo permettere che un uomo mi facesse una cosa del genere? Omisi di dirle che lo facevo anche perché le dava fastidio tornare a casa e trovare il mio compagno che – mon dieu – cucinava e poi lavava anche i piatti. Lei si sentiva contaminata dalle presenze maschili in casa, diceva. Anche stavolta omisi di dirle che allora, forse, avrebbe dovuto sentirsi contaminata anche da tutti i passaggi e le cene che scroccava a malcapitati studenti. Ma tacqui, ché ormai era fatta e tutto questo non mi interessava più, e pensavo ad altro.

Quindi, io me ne stavo andando, la Baronessa se n’era già andata da un pezzo e MLV affittò le nostre camere ad una separatista lesbica ea d un compagno-ameba che però conosceva venti e più modi per indossare la kefiah con stile. Seppi che andavano molto d’accordo, e ne fui contenta. ché anch’io all’epoca ero molto felice e mi sembrava che finalmente la mia vita stesse ingranando (sì, come no).

Fine della storia.

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