A few steps behind – 2 *

* stesso disclaimer del post precedente

Riassunto puntata precedente: come mollare qualunque forma di vita sociale e politica e chiudersi a riccio in una relazione rassicurante.
(…)
In certi momenti, anche la visita di un amico mi dava fastidio, non volevo essere cercata da nessuno, evitavo i posti in cui avrei potuto incrociare delle conoscenze e anche se ero stata costretta a riaccendere il telefono, per settimane non risposi, finché smise quasi del tutto di squillare. Mi davano fastidio anche le sue amicizie: mi sembravano tutti, e lo erano, incredibilmente superficiali ed ignoranti, dei simulacri di piccola borghesia di provincia, maschi pompati e rivestiti di niente e femmine stolide inerpicate su dodici centimetri di attrattiva sessuale a buon mercato, e mi chiedevo, ricacciando subito la domanda in fondo alla mia coscienza: anche lui è così? Ed io sono un trofeo perché ho fatto quello che ho fatto, la cosa che più si avvicina all’intelligenza umana di tutta la sua esistenza? Ovviamente, lui non era come i suoi amici, ma sul fatto di essere per lui una sorta di status symbol avevo visto giusto.
Se penso alla me di quegli anni, l’immagine che visualizzo è quella di una tartaruga dagli occhi cisposi, con qualche ben dosato momento d’isterismo generato da gelosia ed insicurezza, e sporadicamente ribaltata sul suo guscio da qualche scrollone che lo scorrere della vita esterna m’imponeva, ma che non riusciva  a farmi abbandonare il letargo. Momenti topici dal giugno 2002 al luglio 2009: la primavera del 2006, contrassegnata da un flirt infelice e monco che ha minato le basi della mia autostima e mi ha rivelato la pochezza morale di ben tre persone, e l’autunno del 2007, che ha visto la malattia di mio padre e mi ha messo davanti alla necessità di costruirmi qualcosa di mio, con la conseguente consapevolezza del fatto che mai avrei potuto farlo con la persona che mi era accanto da ormai cinque anni (cosa che in fondo avevo sempre saputo). Con questa sensazione di fuga imminente e d’incompletezza mi sono trascinata fino ai primi mesi del 2009, i mesi in cui ho avuto la certezza che tutto era finito e che dovevo solo trovare il coraggio di dire che io non ero più io, che non ce la facevo più. E sapevo benissimo di doverlo dire ad una persona che non avrebbe neanche afferrato il significato delle mie parole.
È difficilissimo per me scrivere queste cose, ho la sensazione di non poterle mettere in ordine. O ricomincio daccapo, cronologicamente, o vado avanti e indietro a balzi, come sto facendo finora, sperando di comporre un quadro in qualche modo comprensibile, seppur mosso.
Sono combattuta. Perché scrivere fa male, già ho sentito la terra mancarmi sotto i piedi un paio di volte, quando mi sono accorta di avvicinarmi troppo a quelle zone di me che in un pomeriggio di furore adolescenziale furono messe sotto chiave, grazie ad un paio di frasi lapidarie, sul mio diario di allora. Non ricordo quale fu l‘evento scatenante, o se furono più di uno; immagino fosse l’atmosfera di quei mesi, che preparava il terreno alla fuga. Ricordo solo che scrissi che aspiravo all’atarassia, che da quel momento in poi ci sarebbero state parti di me a cui nessuno avrebbe avuto accesso perché solo io potevo entrare dentro me stessa, e che sentivo imperativa la necessità di dovermi proteggere e di continuare a vivere. Non volevo più sentire dolore, non volevo essere ferita, non volevo più le urla di mia madre dentro casa e il ridicolo (così m’immaginavo) all’esterno. Mi convinsi che per raggiungere la libertà interiore bisognasse sacrificare la mia iper-capacità di sentire, che bisognasse smorzare l’intensità patologica con cui gli eventi, gli atti, le parole del mondo esterno mi attraversavano. Io ero io, ma gli altri non dovevano vedermi. Non dovevano vedere nessuna bambina alla ricerca di un angolo di tranquillità, mentre portava con sé una bambola ed un libro dietro una tenda. Non dovevano percepire la paura ed il vuoto di parole e gesti affettuosi in cui ero stata immersa per anni, come un insetto in un vaso di formalina: sarei stata vulnerabile e chiunque avrebbe potuto prendere possesso di me. Meglio dare l’illusione di una perfetta padronanza di sé, meglio regalare all’esterno una superficie liscia e riflettente, sarcastica e dura, piuttosto che far vedere quanto fossi persa dentro pozzi neri di inquietudine. Mi chiusi in un castello di alterigia e di sprezzante severità verso il mondo, mentre continuavo a scrutarmi e a giudicarmi sadicamente, deridendomi per le mie pretese.

intervieni

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: