A few steps behind – 1 *

* aka: Continuiamo ad importare roba vecchia per mascherare la cronica mancanza di idee originali

“E alzò una tale barriera di rovi intorno a sé che nessun uomo, per forza o per amore, riuscì a penetrare”: sono versi citati male di una poesia di *** (versi citati male, senza ricordarmi l’autrice), letta qualche tempo fa, nel momento in cui cominciavo a prendere coscienza del fatto che la relazione più lunga che avessi mai avuto si stava reggendo sull’assuefazione e sulla necessità di sentirmi sola pur pretendendo la garanzia di una presenza maschile che mi completasse, il che mi avrebbe dato non so quale illusione di fittizia autodeterminazione.
In realtà, a parte i primi anni di fisiologica beatitudine, per il resto del tempo ho oscillato tra noia, depressione, scatti d’impazienza e assenza completa di progettualità, nonostante le mie giornate fossero costellate (e lo sono tuttora) di sensi di colpa verso il resto del mondo.
Avevo messo da parte le ambizioni e masochisticamente mi rifiutavo di riconoscermi la più piccola capacità organizzativa ed intellettiva. Ho smesso di provare a contare le volte che sono arrivata davanti alla porta di un’aula d’esame e sono tornata indietro, terrorizzata dall’idea dello sforzo che avrebbe richiesto rispondere “presente” all’appello. Ero sopraffatta dal panico se dovevo cercare un dipartimento che non conoscevo, se dovevo prendere un appuntamento con un docente. Tornavo a casa di corsa, senza neanche aspettare che passasse un autobus, e mi rimettevo a letto, o a fare le pulizie, andavo a fare la spesa. Se qualcuno mi chiedeva che ne era stato del mio esame, dicevo che ero stata bocciata impietosamente, che avevo rinunciato perché mi sentivo impreparata, o che l’appello era stato rimandato.

Sembrava che tutto questo non interessasse a nessuno, il che confermava i miei sospetti sulla mia non-esistenza.

Ripensavo spesso alla disapprovazione ricevuta dalla mia cerchia più intima alla notizia della mia convivenza.
Ricordavo P., un “anziano”, che una sera in cui era brillo m’imprigionò in un angoletto tenendomi le mani e con i lucciconi agli occhi mi disse: “Tu non sei fatta per questo.” Sapeva già, lui, che era solo il primo passo verso il ripiegamento totale sulla mia vita privata e l’abbandono della politica.
Rivedevo la mia ex-migliore amica che con una smorfia di pietà e disgusto mentre mi osservava fare le valige, mi diceva: “Stai dando via il culo”, e si chiudeva in camera. Ma io mi crogiolavo in una sensazione di tepore domestico che per la prima volta in ventidue anni mi apparteneva, perché io avevo deciso che lo volevo e che ne avevo bisogno, perché mi serviva un po’ di riposo, dopo un’attività politica incessante cominciata a quindici anni senza neanche una settimana di pausa, che io ricordi.
Ero stanca di essere la Madre Teresa dell’area antagonista, quella che chiudeva le porte del posto autogestito alle sei del mattino e a mezzogiorno era di nuovo là a pulire chiazze di vomito e cocci di bottiglie, ad avvolgere cavi e fare l‘inventario del bar.
Ero stanca di fare sei riunioni a settimana, comprese quelle a cui nessuno voleva andare perché totalmente assurde ed inutili. Mi era sembrato, per anni, che il destino della Rivoluzione dipendesse da quanto io avessi lavorato instancabilmente. Smisi quasi all‘improvviso, da una settimana all’altra, e per mesi ebbi tutti i sintomi di un’astinenza da droghe. Spensi il cellulare, mi tappai gli occhi e le orecchie, ignorai tutti i segnali della mia pancia, tutti i sintomi psicosomatici, mi ostinai a credere che un rapporto ben costruito fosse così: tiepido e riposante, a tratti con qualche sbadiglio, certo, e senza grandi trasporti passionali, tranne i miei rigurgiti verbali da militante incallita, ma ero convinta di volere silenzio e solitudine. Non sapevo quanto sarebbe durato, ma sapevo che non era per sempre, e non mi interessava pormi il problema: ero giovane.

(continua)

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